Trump Tracker: i primi 100 giorni

Venerdì, 21 Aprile, 2017

Pochi giorni dopo la sua elezione, nel novembre 2016, Trump presentò il suo programma per i primi 100 giorni di governo. Tra i punti prioritari della sua agenda, l’ufficializzazione delle accuse di manipolazione del tasso di cambio nei confronti di Pechino, la sorveglianza rafforzata dei confini con il Messico, l’avvio di un piano infrastrutturale per 1000 miliardi di dollari per stimolare l’economia, l’addio alla Trans–Pacific Partnership (TPP) che avrebbe dovuto unire le due sponde del Pacifico, lo smantellamento di ObamaCare. 
Con questa pubblicazione, la seconda della serie ISPI fact-Checking (qui la prima sull'euro), ISPI analizza l’operato del presidente Trump nei suoi primi 100 giorni di governo, valutando lo stato di attuazione delle sue promesse ma anche le modalità con cui Trump ha deciso di governare: due parametri che, per ora, sembrerebbero fare del tycoon "un presidente senza precedenti". 
Questi temi saranno anche al centro della tavola rotonda "I primi 100 giorni di Trump", che si svolgerà questa sera in ISPI alle 19.00.

Un presidente senza precedenti?
Trump è il Presidente americano con l’indice di gradimento 
più basso nei primi 100 giorni
Al momento della sua inaugurazione, l’indice di gradimento degli elettori americani nei confronti di Trump era il più basso da quando Gallup fa questo tipo di rilevazioni, ovvero dagli anni Quaranta del Novecento. Nei primi due mesi di mandato, inoltre, il consenso nei confronti del Presidente si è ulteriormente ridotto, scendendo dal 45% al 36%. La decisione di bombardare una base aerea siriana in risposta all’utilizzo di armi chimiche attribuito dagli Stati Uniti al regime di Assad sembra avere interrotto questa discesa, ma è ancora presto per capire se si tratti di una effettiva inversione di tendenza o di un fenomeno di breve durata.
 
Trump è il Presidente che più di ogni altro 
ha fatto uso degli ordini esecutivi
Nei primi due mesi di presidenza, il numero di ordini esecutivi firmati da Trump era sostanzialmente in linea con quello di Barack Obama. Trump ha poi "staccato" Obama e oggi detiene il primato per numero di ordini esecutivi (24) emessi entro i primi 100 giorni di mandato. Tuttavia, il secondo Presidente per numero di ordini esecutivi (23) ù il democratico John Kennedy, seguito a pochi passi (20) da Dwight Eisenhower. Ovviamente a contare non ù solo il numero degli ordini, ma anche il loro contenuto. Tra quelli più controversi vanno ricordati il famoso "Muslim ban" e quello che ha imposto il ritiro degli USA dalla Trans Pacific Partnership.
 
Le politiche: dalle parole ai fatti?
Nato e Difesa
Durante una recente conferenza con il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, Trump ha contraddetto una delle linee tracciate in precedenza, e cioè che la Nato aveva perso di significato nell’attuale contesto internazionale poiché orientata solamente al contrasto delle minacce "tradizionali", come la Russia. Quello di Trump, in realtà, sembra più un esercizio retorico che non un vero cambio politico. La Nato infatti si sta riorientando ormai da anni verso il contrasto di minacce non convenzionali, come il terrorismo. L’intenzione dell’amministrazione resta, da una parte, quella di dare seguito alla propria visione di una Nato meno incentrata sulla minaccia simmetrica russa (ma ciò pare per ora legato agli sviluppi delle relazioni bilaterali con Mosca), dall’altra, quella di continuare a chiedere un maggior contributo degli alleati alle spese dell’Alleanza.
 
Siria e interventismo
Durante la campagna elettorale e nelle prime fasi della sua presidenza Trump ha incentrato la propria retorica sulla necessità di contenere le pulsioni interventiste, volendo con ciò segnare un netto distacco dalle amministrazioni del passato. Il presidente del CFR Richard Hass è addirittura arrivato a ipotizzare un "neo–isolazionismo". Tuttavia, in occasione dell’attacco con armi chimiche in Siria, probabilmente compiuto dal regime di Assad, l’amministrazione è intervenuta militarmente. Una scelta, seppure dal valore verosimilmente più simbolico che effettivo, che ha avuto come obiettivo quello di far percepire ai rivali la disponibilità USA a riappropriarsi dello strumento militare nell’area mediorientale, nonostante le precedenti dichiarazioni.
 
Russia
Nel corso della campagna elettorale e nei primi mesi di presidenza, Trump ha espresso in diverse occasioni il proprio apprezzamento per Putin – "un uomo molto lucido e talentuoso" che "io rispetto" (5 febbraio) –, nonché l’auspicio che le relazioni e la collaborazione con la Russia potessero migliorare, pur dicendo di "non avere idea" se poi, nei fatti, "andrò d’accordo con Putin". Trump ha continuato a mantenere un atteggiamento positivo nei confronti della Russia anche dopo le rivelazioni dell’intelligence statunitense di interferenze russe nella campagna elettorale USA del 2016 volte a favorire Trump e screditare Hillary Clinton, a cui si sono poi aggiunte le dimissioni del consigliere di Trump per la sicurezza nazionale Michael Flynn per avere avuto, e nascosto, contatti con funzionari russi. L’attacco con armi chimiche in Siria a Idlib, secondo gli Stati Uniti perpetrato dal regime di Assad alleato di Putin, ha segnato tuttavia un’inversione di marcia dell’amministrazione Trump nei confronti della Russia, sia nei fatti che nella retorica. Non solo Trump stesso ha ordinato di bombardare la base aerea del regime di Damasco da cui l’attacco chimico sarebbe partito, ma in una conferenza stampa del 12 aprile ha anche affermato che "in questo momento con la Russia non stiamo andando affatto d’accordo. La nostra relazione potrebbe essere giunta al punto più basso di sempre".
 
Cina
Gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale che nel 2016 si è attestato a circa 500 miliardi di dollari, di cui 347 nei confronti della Cina. Per questa ragione, in campagna elettorale Donald Trump non ha esitato a criticare aspramente la Cina per la sua politica monetaria a suo avviso volta a favorire il proprio export mantenendo il valore del renminbi relativamente basso. Dopo la visita del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti le prospettive americane su questo punto sembrano essersi rovesciate. Oggi il presidente statunitense appare tornato sui propri passi, ritirando le accuse rivolte a Pechino, in nome di una collaborazione tra le due potenze per risolvere la questione nordcoreana. Scongiurata la guerra commerciale tra le due superpotenze, al momento i due paesi stanno lavorando a un accordo che provi a riequilibrare la bilancia commerciale senza ridurre le importazioni da Pechino, ma aumentando le esportazioni americane, grazie a una maggiore apertura dell’enorme mercato cinese.
 
ObamaCare
Uno dei punti principali della campagna elettorale di Trump – oltre che uno dei pochi ambiti su cui il nuovo presidente e il Partito Repubblicano sembravano trovarsi d’accordo – era stata l’abolizione e la sostituzione dell’ObamaCare, al punto da elencarla nel suo "Contratto con l’elettore americano"tra le priorità dei primi 100 giorni di governo. La proposta repubblicana di riforma prevedeva l’abolizione dell’obbligo di procurarsi una copertura sanitaria, la sostituzione dei sussidi federali con detrazioni sulle tasse per un massimo di circa 4.000 dollari a persona all’anno, e la limitazione del Medicaid, il programma di copertura sanitaria per i più poveri. Il disegno di legge però non è riuscito a convincere lo stesso Partito Repubblicano, in particolare i circa 30 deputati del "Freedom Caucaus", una corrente molto di destra che reputa la riforma troppo simile a ObamaCare, ma anche i moderati, che temono la caduta di consensi potenzialmente derivante dall’abolizione di una riforma che, pur non priva di difetti, ha esteso la copertura ai meno abbienti. La proposta avrebbe dovuto essere votata al Congresso il 24 marzo scorso; non essendo però riusciti a trovare una maggioranza all’interno del proprio stesso partito, i Repubblicani hanno deciso di ritirare la proposta di legge. Si è trattato della prima grande sconfitta politica di Trump, che da una parte rivela tutte le difficoltà di tradurre le promesse in atti concreti di governo, dall’altra evidenzia la profonda spaccatura interna al Partito Repubblicano, destinata ad acuire le difficoltà per il presidente.
 
Infrastrutture e stimolo fiscale
Il piano di stimolo economico di Trump si basa soprattutto sulla promessa di spendere 1000 miliardi di dollari in infrastrutture, sulla base di una proposta dell’economista Peter Navarro pubblicata a meno di due settimane dalle elezioni dell’anno scorso. Sin da subito la proposta ha incontrato critiche perché ritenuta non attuabile senza aprire una voragine nei conti pubblici americani. A gennaio 2017, il Congressional Budget Office stimava che i piani di maggiori spese e minori tasse di Trump avrebbero aggiunto 6.000 miliardi di dollari di debito in dieci anni, un aumento di oltre il 30%. Oggi, con la mancata approvazione di un’alternativa meno costosa a Obamacare, diventa ancora meno probabile che il piano infrastrutturale veda la luce in tempi brevi e con le caratteristiche annunciate in campagna elettorale.
 
Commercio internazionale
Come promesso in campagna elettorale, uno dei primi atti ufficiali del presidente americano dopo il suo insediamento alla Casa Bianca è stato il ritiro degli USA dalla Trans–Pacific Partnership (TPP), un accordo regionale molto vasto, nato dalla volontà di creare un’area di libero scambio tra alcuni paesi dell’area pacifica e asiatica. Inoltre, Trump si è impegnato a rinegoziare il NAFTA, l’accordo commerciale con Canada e Messico, criticato aspramente durante la campagna elettorale perché accusato di essere concepito per favorire i messicani: a fronte di un interscambio commerciale Usa–Messico da 525 miliardi di dollari, i messicani vantano oggi una bilancia commerciale positiva per 63 miliardi. Proprio a causa di questo vantaggio, i messicani sono finiti nel mirino di Trump e del suo segretario al Commercio, Wilbur Ross, determinati a invertire il trend. Questi primi interventi sulla politica commerciale sembrano indicare la volontà statunitense di provare a cambiare le regole che hanno governato la globalizzazione negli ultimi anni, allo scopo di proteggere maggiormente la produzione nazionale, aumentando le barriere tariffarie (e non solo).
 
Muro e immigrazione
In materia di immigrazione, in campagna elettorale Trump aveva promesso di far pagare al Messico la costruzione di una barriera lungo il confine tra quest’ultimo e gli Stati Uniti, e di impedire l’ingresso sul territorio americano a cittadini provenienti da paesi a rischio terrorismo. A pochi giorni dal suo insediamento, Trump ha emesso un ordine esecutivo per finanziare la costruzione della barriera e inasprire le pene per chi viene colto nuovamente negli Stati Uniti dopo essere stato rimpatriato. Si stima che il muro costerà almeno 20 miliardi di dollari, e il presidente messicano Peña Nieto ha già dichiarato che il suo paese non contribuirà in alcun modo. Si tratta di capire se Trump deciderà di utilizzare misure unilaterali per "recuperare il credito", come tassare le rimesse dei lavoratori messicani negli Stati Uniti o introdurre un dazio alle importazioni di prodotti messicani. Trump ha poi emesso il famoso "Muslim ban", un ordine esecutivo che limitava il numero di rifugiati che sarebbero stati ammessi negli Stati Uniti nel 2017, ma soprattutto vietava l’ingresso nel paese per i cittadini di 7 paesi di Medio Oriente, Golfo e Nord Africa. In questo caso la risposta è arrivata per via giudiziale: l’ordine è stato bloccato il 4 febbraio dal tribunale distrettuale di Washington e il blocco è stato ribadito da una corte d’appello. Per aggirare il problema, Trump ha emanato un nuovo ordine esecutivo sostituivo il 6 marzo, che è però stato nuovamente sospeso dalla corte distrettuale delle Hawaii.