Ispi Dossier

ISPI Dossier è uno strumento snello e tempestivo d’informazione e commento su temi di attualità attraverso i contributi di esperti e accademici.

  • L’Isis perde, l’ideologia resiste

    Venerdì, 4 Agosto, 2017

    Archiviata la battaglia di Mosul, l’offensiva contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq sta per entrare nella sua seconda, e per certi versi decisiva, fase. Il progetto di governance dell’organizzazione guidata da Abu Bakr al–Baghdadi è oramai prossimo al fallimento, con il Califfato privato di gran parte del territorio che permetteva al gruppo di spostare militanti tra Siria e Iraq, sfruttare lucrativi traffici illegali e narrarsi al contempo come una “terra promessa”. Con l’assedio di Raqqa da parte delle forze curde e con le truppe dell’esercito siriano sostenute dalle milizie sciite che continuano ad avanzare verso Deir ez–Zor, ultimo baluardo dell’Isis, la prospettiva della fine dello stato califfale ripropone importanti interrogativi circa una possibile ed ennesima mutazione del messaggio jihadista e delle organizzazioni che se ne fanno portatrici.

  • Siria: la guerra non è finita

    Lunedì, 24 Luglio, 2017

    Dopo mesi di crescenti tensioni tra gli attori internazionali, regionali e locali coinvolti nel conflitto siriano, con il primo faccia a faccia tra Trump e Putin al recente G20 di Amburgo è arrivato un “accordo” per il cessate il fuoco tra le parti. Un passo risolutivo? Solo in apparenza, perché oggi, mentre gli occhi del mondo sono ancora puntati su Mosul liberata dall’Isis, le tensioni e le incognite sul futuro della Siria continuano ad aumentare: come si configureranno le “zone d’influenza” che le potenze internazionali coinvolte — dalla Russia all’Iran, dalla Turchia agli Stati Uniti — stanno già da tempo cercando di conquistare? Come ne uscirà il regime di Damasco, troppo debole per sopravvivere senza l’aiuto di Mosca e Teheran? Cosa riusciranno a ottenere i curdi, i principali alleati degli Usa sul terreno? Chi controllerà l’area orientale della Siria, quella ricca di idrocarburi al confine con l’Iraq? E come si sta preparando il Califfato per reagire alla perdita di territorialità, mentre l’assedio di Raqqa, la sua seconda roccaforte, è ancora in corso?

  • Il mondo a rischio cyber

    Mercoledì, 19 Luglio, 2017

    Dalle ultime elezioni USA al recente virus Wannacry, quella della cybersecurity è una sfida che il mondo non può più permettersi di non affrontare. Nella società digitale gli attacchi cyber possono compromettere gli apparati di sicurezza dei paesi, provocare pericolose “escalation” militari, mettere in ginocchio infrastrutture strategiche (dai trasporti alle centrali elettriche), influenzare elezioni, fino a mettere a repentaglio non solo la privacy ma la vita stessa dei singoli (si pensi ai più recenti dispositivi medici). Di fronte a questi rischi senza precedenti, come si stanno attrezzando gli Stati? Quanto è importante il coinvolgimento dei privati, a partire dalle maggiori aziende informatiche? A che punto è la collaborazione tra gli Stati a livello globale per prevenire gli attacchi e per colpire i colpevoli? Come coniugare la tutela della privacy con esigenze legate alla sicurezza, come nel caso della lotta al terrorismo? Questi sono solo alcuni dei quesiti che l’ISPI inizia ad affrontare già in questo Dossier con l’obiettivo di avviare ulteriori studi, approfondimenti ed eventi sul tema nei prossimi mesi.

  • Western Balkans in Trieste. What Lies Ahead

    Lunedì, 10 Luglio, 2017

    Political and economic prospects in the Western Balkans seemed promising in early 2000s, with countries leaning to the European Union for a prosperous future. Unfortunately, new and old Balkan problems are (re)emerging today, with political and ethnic divisions more entrenched than before due to poor economic performance, instability, corruption and lack of clear–cut prospects for the future. In the meantime, rising euroskepticism and "enlargement fatigue" in the EU have resulted into a stand–by of future enlargements. This may lead to a further deterioration of the fragile socio-political context in the Western Balkans. With this in mind, Germany launched the Berlin Process in 2014 with a view to scaling–up regional integration in the Western Balkans, while keeping alive the prospects of full EU membership. The Trieste summit on 12 July is the 4th meeting of the countries involved in the Berlin Process. Will this be a last call for the EU to stabilize the neighbouring region, accelerate its democratic processes and lay the groundwork for future EU membership?

  • Mosul libera: quale futuro per l’Iraq?

    Domenica, 9 Luglio, 2017

    Dopo oltre otto mesi di scontri, le Forze di sicurezza irachene coadiuvate dalla coalizione internazionale a guida statunitense hanno riconquistato Mosul, ultima roccaforte dello Stato islamico in Iraq. Lanciata ufficialmente lo scorso ottobre dal premier iracheno Haider al–Abadi, l’offensiva si era preannunciata fin da subito lunga e difficile, sia per la complessità della strategia militare sia per l’eterogeneità delle forze coinvolte nel fronte anti–IS (Forze di sicurezza irachene, peshmerga curdi, milizie sciite, combattenti delle tribù arabo–sunnite locali e coalizione internazionale a guida statunitense). Si è infatti trattato della più grossa operazione militare in Iraq dopo l’invasione americana che nel 2003 destituì il regime di Saddam. Oggi, se da una parte la liberazione di Mosul assesta senza dubbio un colpo decisivo alle milizie di al–Baghdadi, dall’altra inaugura una fase di profonda incertezza sul futuro del paese. Come cambia l’Iraq e quali saranno gli attori determinanti della ricostruzione post–conflitto? Con la leadership del califfato ridotta ai minimi termini e senza una guida politica efficace, quale direzione prenderà l’insurgency sunnita? Quale sarà il destino politico di Mosul e delle altre aree liberate lungo il confine della regione semi–autonoma del Kurdistan, di cui Erbil e Baghdad si contendono il controllo? Quali scenari per le numerose milizie che agiscono sul territorio iracheno?

  • Riyadh cambia passo. Acque agitate nel Golfo

    Venerdì, 30 Giugno, 2017

    La nomina del trentunenne Mohammed bin Salman a nuovo principe ereditario al trono dell’Arabia Saudita rappresenta l’ennesimo, e forse decisivo, segnale del cambiamento in atto nel regno dei Saud. Se il cambio di passo a Riyadh si annunciava da anni, almeno fin dall’insediamento nel 2015 dell’anziano re Salman (che non ha mai fatto mistero di vedere nel figlio Mohammed il suo erede prediletto), nel corso degli ultimi mesi gli eventi hanno subito una notevole accelerazione, e hanno riguardato non solo la casa reale, ma l’intera regione del Golfo: dal lancio, pochi giorni dopo la visita di Donald Trump, di una campagna a guida saudita volta a isolare il piccolo emirato del Qatar, alla sostituzione nel pieno delle notte del precedente principe ereditario Mohammed bin Nayef. Si aggiungano il primo attentato terroristico dell’ISIS in Iran e lo sventato attacco di pochi giorni fa alla Grande Moschea della Mecca. Avvenimenti apparentemente sconnessi, ma susseguitisi in una rapida sequenza che sembra fare emergere la crescente centralità della regione del Golfo nella geopolitica del Medio Oriente di oggi, e con ogni probabilità del prossimo futuro. Mentre l’Arabia Saudita appare sempre più impantanata nella sanguinosa guerra in Yemen e al tempo stesso si prepara ad avviare un ambizioso programma di riforme (Visione 2030) per diversificare la propria economia di rentier state — due iniziative ispirate e orchestrate proprio dal carismatico bin Salman — il passaggio del testimone a Riyadh e la rottura della tradizionale ‘cautela’ saudita nella propria politica di vicinato segnano l’inizio di una nuova stagione per il paese. Una stagione dagli sviluppi ancora indefiniti ma le cui ripercussioni, soprattutto sugli equilibri regionali, potrebbero essere forse dirompenti, proprio a partire dal Golfo.

  • Regno Unito al voto: le paure della May

    Giovedì, 8 Giugno, 2017

    Oggi i cittadini del Regno Unito vanno al voto per rieleggere i 650 membri della House of Commons, l’unica camera elettiva del sistema britannico. A meno di due anni dalle ultime elezioni e a quasi uno dal referendum su Brexit, la premier Theresa May ha indetto a sorpresa il voto anticipato motivandolo con la necessità di dare al paese – oggi scosso dagli attentati di Manchester e Londra – una leadership “forte e stabile”, proprio in vista dell’avvio dei negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ma se fino a qualche mese fa il risultato sembrava scontato, con il partito conservatore di May con 20 punti di vantaggio sui laburisti di Jeremy Corbyn, oggi la situazione appare decisamente più incerta, anche se non ancora capovolta. Dopo una campagna elettorale debole e poco convincente, per May la speranza di ottenere una super–maggioranza si è allontanata, e così anche la possibilità di mettere a tacere tutti i mal di pancia interni al suo partito. Intanto, l’inizio dei negoziati con l’Ue è ormai alle porte, e cresce l’incertezza sulle implicazioni economiche, politiche e sociali – potenzialmente enormi – che Brexit potrebbe avere.

  • Russia: minaccia reale (o percepita)

    Lunedì, 29 Maggio, 2017

    Conclusosi il viaggio di Donald Trump in Medio Oriente ed Europa, negli Stati Uniti continuano ad emergere rivelazioni e accuse legate al Russia–gate, con il possibile coinvolgimento di Jared Kushner, consigliere e genero del presidente. La denuncia dei tentativi di Mosca di influenzare alcuni passaggi politici chiave nei paesi occidentali è emersa con insistenza negli ultimi mesi: non solo negli Usa, ma anche in Europa, come in occasione delle ultime elezioni presidenziali francesi. Il ruolo della Federazione Russa all’interno dell’attuale ordine mondiale rappresenta oggi uno dei punti interrogativi più spinosi delle relazioni internazionali ed è influenzato da due prospettive molto diverse. Dal punto di vista occidentale, o quantomeno di una sua parte importante, continua la persistente percezione della Russia come fattore di minaccia e fonte di potenziale instabilità politica. Dal punto di vista russo vi è il timore che l’Occidente abbia un interesse a indebolire il ruolo internazionale della Federazione Russa e a favorirne, in ultimo, la marginalizzazione sul piano mondiale. Tale situazione continua ad alimentare una spirale di reciproca diffidenza che rende sempre più difficile superare questa fase di tensione, in un momento in cui Russia e Occidente potrebbero invece trovare degli importanti punti di convergenza non solo nella lotta al terrorismo o nella stabilizzazione del Medio Oriente e di parte dell’Europa orientale, ma anche comuni interessi economici. È forse anche con questo spirito, nel tentativo di percorrere le possibili vie di uscita da questa impasse, che oggi il presidente francese Macron ospita a Parigi il presidente russo Putin.

  • The G7 Taormina Summit: a view from Italy

    Venerdì, 26 Maggio, 2017

    The Italian G7 (26–27 May) takes place during momentous times for international politics. Many Heads of State and Government meeting in Taormina are new to the forum, and some of them hold radically different views. On top of that, France and the United Kingdom are in the midst of their national electoral campaigns, while Germany goes to the polls in September. Italy has approached its 2017 Presidency with realistic goals and by keeping a cool head. Even more than in the past, there is a need today for G7 leaders to come together and put their diverging views out in the open.
    The goal of this ISPI Dossier is to take stock of past progress and current diverging views between G7 members on crucial policy areas for global governance (such as trade, development, gender inclusion, and climate change). Is the G7 still relevant, and how so? Will convening leaders be able to safeguard the progress made at previous summits even in these times of tension? Will the Italian Presidency manage to reach its main goal, framed by the slogan “Building the Foundations of Renewed Trust”?

  • Raisi vs Rouhani, which future for Iran?

    Giovedì, 18 Maggio, 2017

    Tomorrow 56 million Iranians are expected to go to the ballot box to vote in the 12th presidential election. At the end of a fierce electoral campaign, it is now clear it will be a duel between incumbent President Hassan Rouhani and the challenger, Ebrahim Raisi. These two clerics, the former supported by reformists and technocrats and the latter by conservatives and ultraradicals, are the last two candidates still in the running after the other two prominent contenders, Jahangiri and Qalibaf, withdrew in favour of Rouhani and Raisi, respectively. The outcome of the presidential election – the first after the signing of the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) in July 2015 and the death of Rafsanjani, former president and kingmaker of Iranian politics, earlier this year – will be determined mainly by economics, specifically the popular perception of the disputed economic benefits which were supposed to follow the removal of nuclear–related sanctions. While none of the candidates has outspokenly threatened to repeal the deal, on Friday Iranians will vote for two opposing visions of Iran.

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