Ispi Dossier

ISPI Dossier è uno strumento snello e tempestivo d’informazione e commento su temi di attualità attraverso i contributi di esperti e accademici.

  • Francia al voto. Tutti col fiato sospeso

    Venerdì, 21 Aprile, 2017

    Mentre Parigi è scossa dall’ultimo attentato sugli Champs–Élysées, i francesi sono chiamati alle urne per il primo turno di uno degli appuntamenti elettorali più attesi e più controversi del 2017. Nell’anno decisivo per l’Europa – già segnata dalla Brexit, spaventata dalla minaccia terroristica e tenuta sotto scacco dall’onda crescente del populismo – le presidenziali della République sono la prima di tre tornate elettorali che determineranno il futuro del Vecchio Continente: in settembre voterà la Germania e, a sorpresa, anche il Regno Unito si recherà alle urne l’8 giugno. Per la Francia, dopo una deludente presidenza Hollande, quello di domenica sarà un voto atipico: per la prima volta, i candidati dei due principali partiti francesi – François Fillon per i Républicains e Benoît Hamon per il Parti Socialiste – rischiano di non arrivare neanche al secondo turno. Schiacciati dagli scandali o annullati da campagne elettorali prive di appeal, sono messi all’angolo dai concorrenti "anti–establishment": dalla destra xenofoba e nazionalista di Marine Le Pen, al centro riformista di Emmanuel Macron, alla "sinistra della sinistra" di Jean–Luc Mélenchon. A pochi giorni dal voto, l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali tiene i francesi, e l’Europa intera, con il fiato sospeso: dallo spettro di una deriva populista, al rischio che si imponga la necessità di una coabitazione, dalle sorti incerte di un’economia in ripresa ma che da anni attende di essere riformata, alla sicurezza interna e al ruolo della Francia nel mondo di Trump e di Putin, le incognite che pesano su questo appuntamento sono molto serie. E tali potrebbero essere anche le conseguenze del risultato elettorale.

  • Referendum in Turchia: l’ultimo passo di Erdoğan

    Mercoledì, 12 Aprile, 2017

    Il prossimo 16 aprile i cittadini turchi sono chiamati alle urne in quello che sembra uno degli appuntamenti più importanti e controversi della storia recente della Turchia: un referendum che potrebbe trasformare il paese in una Repubblica presidenziale, introducendo la riforma costituzionale voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan. La posta in gioco è il futuro assetto politico del bastione orientale della NATO, poiché il risultato della consultazione potrebbe sbilanciare il sistema di checks and balances istituzionali sul quale il paese si è retto sinora. La Turchia che si appresta ad andare al voto si presenta profondamente instabile, sia dal punto di vista economico che da quello socio–politico. Il tentato golpe del luglio scorso, con l’ondata di epurazioni negli apparati civili e militari che ne è conseguita, ha contribuito a creare un clima di repressione del dissenso e a dare una definitiva spallata agli storici rapporti di forza interni, che vedono oggi le forze armate subalterne alla leadership civile, rovesciando il modello di Atatürk. Allo stesso tempo, il governo è alle prese con una lotta senza quartiere su tre fronti: il movimento di Fethullah Gülen, i curdi del Pkk e lo Stato islamico. L’esito ancora incerto del referendum costituirà uno snodo fondamentale per comprendere se Erdoğan riuscirà a ottenere alla fine anche de jure un controllo sulle istituzioni già di fatto conquistato, compiendo così un ultimo, e forse definitivo, passo nella propria ascesa.

  • Africa vs the ICC: Searching for an exit strategy

    Martedì, 28 Marzo, 2017

    The long–strained relationship between Africa and the International Criminal Court (ICC) recently reached the highest point of tension. For a long time, since the entry into force in 2002 of the Rome Statute, the African continent has been the Court’s almost–exclusive focus of attention, which sparked criticisms for a perceived bias in the administration of international justice. Such tension culminated in an “ICC withdrawal strategy” adopted by the African Union (AU), in January of this year, under the impulse of specific countries. The implementation of the strategy would amount to a nearly fatal blow for the Court. Yet the range of the countries’ positions actually shows great variation, and the overall situation remains extremely fluid and unpredictable: South Africa’s shocking decision to withdraw from the ICC was deemed unconstitutional and blocked by the High Court; The Gambia’s new elected President quickly reversed the decision of his predecessor to withdraw from the ICC; moreover, several other African countries have expressed their commitment to the Court and criticised the AU strategy of rupture. The Commentaries in this ISPI Dossier – edited by Chantal Meloni and Giovanni Carbone – examine the issues at stake from the unique perspectives of six experts.

  • L’anno dell’Europa: quale futuro a 60 anni dai Trattati?

    Venerdì, 24 Marzo, 2017

    I leader dei paesi europei si incontreranno domani per celebrare il 60° anniversario dei Trattati di Roma. Celebrazioni che avvengono in un mondo e in un clima sociale e politico radicalmente diversi da quelli in cui questi documenti furono firmati nel 1957. Di fronte alle crescenti incertezze sul piano internazionale, a una Gran Bretagna scossa dall’attentato di Westminster e pronta ad avviare la Brexit, e alle conseguenze della crisi economica, l’entusiasmo che oltre mezzo secolo fa aveva accompagnato l’idea di un’Europa finalmente pacificata sembra oggi cedere il passo a un euroscetticismo sempre più diffuso e al pericoloso ritorno dei nazionalismi. Il rilancio del progetto europeo nella direzione di una maggiore capacità di fornire risposte ai cittadini appare ormai improrogabile. La dichiarazione di Roma potrebbe rappresentare un primo tentativo di fare chiarezza sul futuro dell’Unione, anche se sembra improbabile che passi concreti possano essere fatti prima delle elezioni in due paesi chiave come la Francia e la Germania. In occasione di questa celebrazione, in un anno decisivo per le sorti dell’Europa, l’ISPI ha chiesto a otto personalità di primo piano di fornire il loro punto di vista sull’integrazione europea e di avanzare proposte in merito al suo futuro.

  • Corea del Nord: un problema per tutti

    Giovedì, 16 Marzo, 2017

    Il regime nordcoreano di Kim Jong–un sembra risoluto a proseguire lo sviluppo del proprio programma nucleare e missilistico. I primi mesi del 2017 non hanno fatto altro che confermarlo: lo scorso 12 febbraio Pyongyang ha infatti testato un nuovo missile balistico a medio raggio, sancendo una netta evoluzione qualitativa, oltre che quantitativa, del proprio arsenale. I ripetuti lanci di missili, ma anche l’uccisione in Malaysia di Kim Jong–nam, fratellastro del leader nordcoreano, hanno molto allarmato non solo gli Stati Uniti e i loro alleati asiatici — Giappone e Corea del Sud —, ma anche gli storici "amici" cinesi di Pyongyang. Un problema per tutti. Non a caso proprio in questi giorni, il segretario di Stato USA Rex Tillerson è in visita a Seul e Tokyo con lo scopo, tra gli altri, di rassicurare gli alleati. A Washington generali e funzionari, stretti tra la necessità di reagire in qualche modo e il pericolo di innescare una escalation incontrollabile, esaminano le strade possibili per rispondere alla minaccia nordcoreana. Al contempo, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha provato a mediare con gli Stati Uniti, suggerendo la possibilità di convincere Pyongyang a sospendere il programma nucleare e missilistico in cambio della cessazione delle esercitazioni militari congiunte delle forze armate USA e sudcoreane. Tuttavia la proposta non è stata valutata positivamente dagli analisti americani. D'altra parte, qualsiasi mossa potrebbe scatenare una massiccia ritorsione di Pyongyang, che vive in uno stato di confronto perenne. E il ministro degli Esteri cinese avverte: l’alternativa alla ripresa di un colloquio sarebbe un’escalation in grado di minare la stabilità dell’intera regione.

  • NATO: Alleati nell’era Trump

    Giovedì, 2 Marzo, 2017

    Il discorso al Congresso (28 febbraio) del presidente Donald Trump ha riportato al centro dell’attenzione il legame transatlantico. Il tono del nuovo inquilino della Casa Bianca è apparso relativamente più in continuità con la politica estera americana degli ultimi anni. Ma non possono essere dimenticate le numerose dichiarazioni critiche nei confronti della NATO, che è stata anche definita “obsoleta”. Il disagio manifestato dagli alleati in queste prime settimane è stato solo parzialmente stemperato dalle dichiarazioni più concilianti del Vice Presidente Pence e del Segretario alla Difesa Mattis. Non da oggi gli Stati Uniti denunciano il vistoso squilibrio nelle spese per la difesa tra le due sponde dell’Atlantico, tuttavia la nuova amministrazione ha posto sul tema una rinnovata enfasi. Non ha però chiarito in che misura reputi ancora centrale il legame tra Europa e Stati Uniti quale pilastro della stabilità globale oltre che della sicurezza comune. Dalle relazioni con la Russia alle crisi lungo il “fianco Sud”, sino alla minaccia terroristica: sono questi alcuni dei temi delicati che impongono interrogativi sull’orientamento futuro dell’alleanza.

  • Cina: la vera sfida di Trump

    Martedì, 21 Febbraio, 2017

    Cina e Stati Uniti “dovrebbero essere amici e partner piuttosto che oppositori o nemici”, ha sottolineato la portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino il 19 gennaio scorso, un giorno prima dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. A preoccupare il gigante asiatico, le minacce e gli attacchi verbali alla Cina (“manipolatrice di valute”) che hanno costellato la campagna elettorale del neo-presidente americano, coronati da una mossa provocatoria come la telefonata del tycoon appena eletto con la presidente di Taiwan, interpretata da Pechino come una messa in discussione della “One China policy”. Almeno su quest’ultima questione, Trump sembra essere tornato sui propri passi con una telefonata conciliatoria al presidente cinese Xi Jinping. Pechino tuttavia continua a temere soprattutto che la linea di politica estera e commerciale inaugurata dalla nuova amministrazione (ritorno al protezionismo, riavvicinamento alla Russia, riformulazione dell’approccio nei confronti della Corea del Nord) rischi di produrre pericolosi scompensi e disequilibri nelle relazioni e nel commercio internazionali. Non a caso, proprio il World Economic Forum di Davos sembra avere offerto a Xi Jinping — la prima volta per un leader cinese — il palcoscenico internazionale per accreditare la Cina come credibile alternativa agli USA e all’ordine mondiale eretto da Washington. Tuttavia, rimangono aperti ancora molti dubbi su come quest’assunzione di responsabilità senza precedenti di Pechino possa concretizzarsi sul piano politico ed economico, in Asia e altrove. E, soprattutto, su come il rapporto tra le due potenze si evolverà nei prossimi mesi.

  • Somalia: un’elezione per uscire del caos

    Giovedì, 9 Febbraio, 2017

    Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo, è il nuovo Presidente della Somalia. L’8 febbraio ha raccolto la maggioranza dei voti in quelle che vengono considerate le prime elezioni a partecipazione allargata (seppur non ancora democratica) nel paese da cinquant’anni. La Somalia vive da decenni in condizioni difficilissime: attraversata da un’instabilità ormai endemica, dalla caduta del regime di Siad Barre nel 1991 non ha un governo centrale pienamente efficiente, mentre le traballanti istituzioni somale sono sostenute principalmente dalle forze dell’Unione africana Amisom, composte da oltre 22mila soldati, poliziotti e funzionari. Cinque anni fa queste sono riuscite a liberare la capitale Mogadiscio dagli al–Shabaab, la potente formazione terroristica che da allora ha ripiegato nella zona meridionale del paese al confine con il Kenya ma continua a tiranneggiare la popolazione. Le nuove tecniche di guerriglia e i continui attacchi perpetrati dagli jihadisti rendono infatti quasi impossibile garantire la sicurezza in vaste aree del paese, compresa la capitale.
    A queste precarie condizioni politiche si somma una crisi umanitaria spesso dimenticata dagli osservatori internazionali: un milione di sfollati somali hanno dovuto abbandonare le zone del paese in mano alle milizie jihadiste. Inoltre, nel vicino Yemen, dall’altra sponda del Golfo di Aden, la guerra non sembra fermarsi e sta producendo migliaia di rifugiati che si fermano in Somalia come prima tappa prima di provare a ripartire verso l’Europa. Anche se il risultato delle elezioni rappresenta per molti un fattore di cambiamento, la Somalia appare ancora intrappolata in una serie di crisi interne e regionali molto difficili da risolvere.

  • Libya’s Political Stalemate: Why Addressing Migration is not Enough

    Giovedì, 2 Febbraio, 2017

    This evening, the EU heads of state and government will meet in Malta to discuss the "external dimension of migration". The spotlight will be put on the Central Mediterranean route and, particularly, on Libya. The aim is to step up cooperation with the Libyan authorities in order to implement immediate measures to "stem migratory flows, break the business model of smugglers and save lives".
    However, if viable ways out of Libya’s current political stalemate are not found, an effective cooperation will prove difficult to achieve. Since 2014, political power in Libya has been split between two rival governments in Tripoli and Tobruk. Fayez al–Serraj’s UN–backed Government of National Accord is rapidly losing ground, while the growing power of general Khalifa Haftar’s Libyan National Army is hindering the country’s political transition. Moreover, a number of local and external actors struggling for power and hegemony make the situation even more difficult.
    Such impasse signals the pressing need to rethink the country’s political transition in a more inclusive way. Which role should Europe and other international and regional actors play in this crisis? And which priorities should be set?

  • La guerra globale della disinformazione

    Venerdì, 20 Gennaio, 2017

    L’utilizzo degli strumenti della comunicazione, della propaganda e della manipolazione delle informazioni da parte di stati e leader politici per orientare opinioni e consensi non è un fenomeno inedito. Recentemente, il tema dell’uso strumentale dell’informazione è tuttavia balzato agli onori della cronaca internazionale, non da ultimo in occasione della campagna presidenziale americana. L’evoluzione e la pervasività dei nuovi media hanno indubbiamente favorito la rapida divulgazione delle notizie, ma la verifica della loro attendibilità è un compito impegnativo e passa spesso in secondo piano. Il mondo di oggi è ben lontano dalle chiare logiche tipiche della propaganda del periodo della guerra fredda. I contenuti della disinformazione risultano adesso molto più variegati e l’identificazione dei loro responsabili sempre più difficile. Per descrivere questo fenomeno, è stata recentemente coniata una nuova espressione: "post–verità", concetto che descrive il propagarsi di notizie false (fake news) o costruite ad arte che, spacciate per attendibili, finiscono per influenzare una parte dell’opinione pubblica. Come funziona il mondo della post–verità? E quali sono le conseguenze di questo fenomeno sui processi democratici e sugli equilibri politici internazionali?

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