Ispi Dossier

ISPI Dossier è uno strumento snello e tempestivo d’informazione e commento su temi di attualità attraverso i contributi di esperti e accademici.

  • Raisi vs Rouhani, which future for Iran?

    Giovedì, 18 Maggio, 2017

    Tomorrow 56 million Iranians are expected to go to the ballot box to vote in the 12th presidential election. At the end of a fierce electoral campaign, it is now clear it will be a duel between incumbent President Hassan Rouhani and the challenger, Ebrahim Raisi. These two clerics, the former supported by reformists and technocrats and the latter by conservatives and ultraradicals, are the last two candidates still in the running after the other two prominent contenders, Jahangiri and Qalibaf, withdrew in favour of Rouhani and Raisi, respectively. The outcome of the presidential election – the first after the signing of the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) in July 2015 and the death of Rafsanjani, former president and kingmaker of Iranian politics, earlier this year – will be determined mainly by economics, specifically the popular perception of the disputed economic benefits which were supposed to follow the removal of nuclear–related sanctions. While none of the candidates has outspokenly threatened to repeal the deal, on Friday Iranians will vote for two opposing visions of Iran.

  • Corea: a Sud si cambia rotta

    Giovedì, 11 Maggio, 2017

    Da martedì 9 maggio la Corea del Sud ha di nuovo un presidente. Alla Casa Blu è arrivato il democratico–progressista Moon Jae–in, ex avvocato per i diritti umani e tra i leader dei movimenti di opposizione al regime autoritario del generale Park Chung–hee negli anni ‘70. Dopo mesi di instabilità politica generata dello scandalo per corruzione e abuso di potere che ha portato alla deposizione e all’arresto della presidentessa conservatrice Park Geun–hye, la nuova amministrazione deve ora tradurre le istanze di riforma dei milioni di cittadini contrari alle pratiche collusive tra la classe politica e i grandi gruppi industriali che affliggono la politica sudcoreana da decenni. Il presidente ha promesso di dare inizio ad una “nuova era”. Se in politica interna la sfida più dura sarà quella di ripristinare la fiducia dell’opinione pubblica nelle istituzioni democratiche, l’agenda di politica estera lo vedrà impegnato su molti fronti: dalle frizioni con gli Stati Uniti sul destino dell’alleanza alla ricucitura dello strappo con Pechino, passando per la riapertura del dialogo con Pyongyang. È su quest’ultimo fronte che ci si aspetta il cambio di passo più radicale rispetto alla linea dura delle ultime due amministrazioni sudcoreane, attraverso l’adozione di un approccio di engagement costruttivo volto ad evitare l’ulteriore isolamento della Corea del Nord i cui progressi sul piano nucleare e missilistico continuano a costituire una minaccia.

  • Algeria al voto: incognita transizione

    Martedì, 2 Maggio, 2017

    Il prossimo 4 maggio i cittadini algerini sono chiamati alle urne per eleggere il parlamento del paese, l’Assemblea Nazionale Popolare. Le tensioni politiche e sociali che hanno accompagnato la preparazione di questo appuntamento sono state numerose e ad esse si aggiungono le incertezze che ormai da tempo attraversano il paese: la questione della successione dell’anziano e malato presidente Abdelaziz Bouteflika, in carica dal 1999; la minaccia terroristica, aggravata dall’instabilità regionale; l’incerto futuro economico del paese tenuto sotto scacco dal calo globale del prezzo del petrolio. Le sfide con cui questo "rentier state" dovrà confrontarsi nei prossimi anni sono enormi e riguardano anche l’Italia e l’Europa, che nell’Algeria hanno un partner energetico di fondamentale importanza. Lo Stato più grande del continente africano, che in questi anni è apparso incarnare una sorta di singolare stabilità e solidità a fronte degli stravolgimenti prodotti in Medio oriente e Nord Africa dalle cosiddette Primavere arabe, si trova oggi in un limbo. Stretta tra la voglia di cambiamento manifestata in maniera sempre più esplicita da ampi strati della popolazione, la necessità impellente di riformare il sistema economico e la paura, allo stesso tempo, di cadere nella spirale di una transizione incontrollata, l’Algeria sente oggi che questa condizione di “eccezionalità” potrebbe, da un momento all’altro, dimostrarsi più fragile che mai.

  • Venezuela senza via d'uscita

    Mercoledì, 26 Aprile, 2017

    Dopo settimane di proteste contro il presidente Nicolás Maduro, il Venezuela appare ormai sull’orlo della guerra civile: l’inflazione ha raggiunto il 500% e continua a crescere, gli scontri sono sempre più violenti e hanno causato già 30 morti, mentre la repressione sui militanti non sembra lasciare spazio a mediazioni. Non ha avuto successo neppure quella del Vaticano e di Papa Francesco, bollati dal governo di Caracas come "alleati delle oligarchie imperialiste" per aver chiesto il rispetto di alcune condizioni: l’autorizzazione dell’invio di assistenza sanitaria internazionale, un calendario elettorale chiaramente stabilito, la restituzione delle prerogative al Parlamento e la liberazione di tutti i prigionieri politici. Al contrario, dopo aver esautorato il Parlamento del paese – tra i più antichi dell’America Latina – l’erede di Hugo Chávez ha intimato ai manifestanti di "prepararsi a un tempo di massacri". Intanto, le bande armate dei colectivos, nate proprio per "difendere" la rivoluzione bolivariana, attaccano i cortei e aumentano gli arresti irregolari. Proprio per domani è prevista una nuova marcia di protesta, l’undicesima dall’inizio delle manifestazioni il 4 aprile, e il Venezuela, sempre più isolato anche nel continente sudamericano, continua a precipitare nel caos.

  • Francia al voto. Tutti col fiato sospeso

    Venerdì, 21 Aprile, 2017

    Mentre Parigi è scossa dall’ultimo attentato sugli Champs–Élysées, i francesi sono chiamati alle urne per il primo turno di uno degli appuntamenti elettorali più attesi e più controversi del 2017. Nell’anno decisivo per l’Europa – già segnata dalla Brexit, spaventata dalla minaccia terroristica e tenuta sotto scacco dall’onda crescente del populismo – le presidenziali della République sono la prima di tre tornate elettorali che determineranno il futuro del Vecchio Continente: in settembre voterà la Germania e, a sorpresa, anche il Regno Unito si recherà alle urne l’8 giugno. Per la Francia, dopo una deludente presidenza Hollande, quello di domenica sarà un voto atipico: per la prima volta, i candidati dei due principali partiti francesi – François Fillon per i Républicains e Benoît Hamon per il Parti Socialiste – rischiano di non arrivare neanche al secondo turno. Schiacciati dagli scandali o annullati da campagne elettorali prive di appeal, sono messi all’angolo dai concorrenti "anti–establishment": dalla destra xenofoba e nazionalista di Marine Le Pen, al centro riformista di Emmanuel Macron, alla "sinistra della sinistra" di Jean–Luc Mélenchon. A pochi giorni dal voto, l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali tiene i francesi, e l’Europa intera, con il fiato sospeso: dallo spettro di una deriva populista, al rischio che si imponga la necessità di una coabitazione, dalle sorti incerte di un’economia in ripresa ma che da anni attende di essere riformata, alla sicurezza interna e al ruolo della Francia nel mondo di Trump e di Putin, le incognite che pesano su questo appuntamento sono molto serie. E tali potrebbero essere anche le conseguenze del risultato elettorale.

  • Referendum in Turchia: l’ultimo passo di Erdoğan

    Mercoledì, 12 Aprile, 2017

    Il prossimo 16 aprile i cittadini turchi sono chiamati alle urne in quello che sembra uno degli appuntamenti più importanti e controversi della storia recente della Turchia: un referendum che potrebbe trasformare il paese in una Repubblica presidenziale, introducendo la riforma costituzionale voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan. La posta in gioco è il futuro assetto politico del bastione orientale della NATO, poiché il risultato della consultazione potrebbe sbilanciare il sistema di checks and balances istituzionali sul quale il paese si è retto sinora. La Turchia che si appresta ad andare al voto si presenta profondamente instabile, sia dal punto di vista economico che da quello socio–politico. Il tentato golpe del luglio scorso, con l’ondata di epurazioni negli apparati civili e militari che ne è conseguita, ha contribuito a creare un clima di repressione del dissenso e a dare una definitiva spallata agli storici rapporti di forza interni, che vedono oggi le forze armate subalterne alla leadership civile, rovesciando il modello di Atatürk. Allo stesso tempo, il governo è alle prese con una lotta senza quartiere su tre fronti: il movimento di Fethullah Gülen, i curdi del Pkk e lo Stato islamico. L’esito ancora incerto del referendum costituirà uno snodo fondamentale per comprendere se Erdoğan riuscirà a ottenere alla fine anche de jure un controllo sulle istituzioni già di fatto conquistato, compiendo così un ultimo, e forse definitivo, passo nella propria ascesa.

  • Africa vs the ICC: Searching for an exit strategy

    Martedì, 28 Marzo, 2017

    The long–strained relationship between Africa and the International Criminal Court (ICC) recently reached the highest point of tension. For a long time, since the entry into force in 2002 of the Rome Statute, the African continent has been the Court’s almost–exclusive focus of attention, which sparked criticisms for a perceived bias in the administration of international justice. Such tension culminated in an “ICC withdrawal strategy” adopted by the African Union (AU), in January of this year, under the impulse of specific countries. The implementation of the strategy would amount to a nearly fatal blow for the Court. Yet the range of the countries’ positions actually shows great variation, and the overall situation remains extremely fluid and unpredictable: South Africa’s shocking decision to withdraw from the ICC was deemed unconstitutional and blocked by the High Court; The Gambia’s new elected President quickly reversed the decision of his predecessor to withdraw from the ICC; moreover, several other African countries have expressed their commitment to the Court and criticised the AU strategy of rupture. The Commentaries in this ISPI Dossier – edited by Chantal Meloni and Giovanni Carbone – examine the issues at stake from the unique perspectives of six experts.

  • L’anno dell’Europa: quale futuro a 60 anni dai Trattati?

    Venerdì, 24 Marzo, 2017

    I leader dei paesi europei si incontreranno domani per celebrare il 60° anniversario dei Trattati di Roma. Celebrazioni che avvengono in un mondo e in un clima sociale e politico radicalmente diversi da quelli in cui questi documenti furono firmati nel 1957. Di fronte alle crescenti incertezze sul piano internazionale, a una Gran Bretagna scossa dall’attentato di Westminster e pronta ad avviare la Brexit, e alle conseguenze della crisi economica, l’entusiasmo che oltre mezzo secolo fa aveva accompagnato l’idea di un’Europa finalmente pacificata sembra oggi cedere il passo a un euroscetticismo sempre più diffuso e al pericoloso ritorno dei nazionalismi. Il rilancio del progetto europeo nella direzione di una maggiore capacità di fornire risposte ai cittadini appare ormai improrogabile. La dichiarazione di Roma potrebbe rappresentare un primo tentativo di fare chiarezza sul futuro dell’Unione, anche se sembra improbabile che passi concreti possano essere fatti prima delle elezioni in due paesi chiave come la Francia e la Germania. In occasione di questa celebrazione, in un anno decisivo per le sorti dell’Europa, l’ISPI ha chiesto a otto personalità di primo piano di fornire il loro punto di vista sull’integrazione europea e di avanzare proposte in merito al suo futuro.

  • Corea del Nord: un problema per tutti

    Giovedì, 16 Marzo, 2017

    Il regime nordcoreano di Kim Jong–un sembra risoluto a proseguire lo sviluppo del proprio programma nucleare e missilistico. I primi mesi del 2017 non hanno fatto altro che confermarlo: lo scorso 12 febbraio Pyongyang ha infatti testato un nuovo missile balistico a medio raggio, sancendo una netta evoluzione qualitativa, oltre che quantitativa, del proprio arsenale. I ripetuti lanci di missili, ma anche l’uccisione in Malaysia di Kim Jong–nam, fratellastro del leader nordcoreano, hanno molto allarmato non solo gli Stati Uniti e i loro alleati asiatici — Giappone e Corea del Sud —, ma anche gli storici "amici" cinesi di Pyongyang. Un problema per tutti. Non a caso proprio in questi giorni, il segretario di Stato USA Rex Tillerson è in visita a Seul e Tokyo con lo scopo, tra gli altri, di rassicurare gli alleati. A Washington generali e funzionari, stretti tra la necessità di reagire in qualche modo e il pericolo di innescare una escalation incontrollabile, esaminano le strade possibili per rispondere alla minaccia nordcoreana. Al contempo, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha provato a mediare con gli Stati Uniti, suggerendo la possibilità di convincere Pyongyang a sospendere il programma nucleare e missilistico in cambio della cessazione delle esercitazioni militari congiunte delle forze armate USA e sudcoreane. Tuttavia la proposta non è stata valutata positivamente dagli analisti americani. D'altra parte, qualsiasi mossa potrebbe scatenare una massiccia ritorsione di Pyongyang, che vive in uno stato di confronto perenne. E il ministro degli Esteri cinese avverte: l’alternativa alla ripresa di un colloquio sarebbe un’escalation in grado di minare la stabilità dell’intera regione.

  • NATO: Alleati nell’era Trump

    Giovedì, 2 Marzo, 2017

    Il discorso al Congresso (28 febbraio) del presidente Donald Trump ha riportato al centro dell’attenzione il legame transatlantico. Il tono del nuovo inquilino della Casa Bianca è apparso relativamente più in continuità con la politica estera americana degli ultimi anni. Ma non possono essere dimenticate le numerose dichiarazioni critiche nei confronti della NATO, che è stata anche definita “obsoleta”. Il disagio manifestato dagli alleati in queste prime settimane è stato solo parzialmente stemperato dalle dichiarazioni più concilianti del Vice Presidente Pence e del Segretario alla Difesa Mattis. Non da oggi gli Stati Uniti denunciano il vistoso squilibrio nelle spese per la difesa tra le due sponde dell’Atlantico, tuttavia la nuova amministrazione ha posto sul tema una rinnovata enfasi. Non ha però chiarito in che misura reputi ancora centrale il legame tra Europa e Stati Uniti quale pilastro della stabilità globale oltre che della sicurezza comune. Dalle relazioni con la Russia alle crisi lungo il “fianco Sud”, sino alla minaccia terroristica: sono questi alcuni dei temi delicati che impongono interrogativi sull’orientamento futuro dell’alleanza.

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