
Mabrouk faceva il pastore. Dal piccolo villaggio tunisino di Slataniyya portava le sue pecore sui monti vicini a pascolare e cercare l’acqua per abbeverarsi. La stessa acqua che lui stesso portava a valle per la sua famiglia, priva di un vero allacciamento idrico. Una famiglia piuttosto piccola: il padre morto da tempo lo aveva lasciato con la madre ormai quasi cieca. Lui e i suoi cugini avevano lasciato la scuola per badare al gregge o lavorare nella lontana Tunisi. Una Tunisi lontanissima, quasi un altro mondo. Una Tunisi avara per chi viene da un posto come Slataniyya, lontano dagli occhi e dalle coscienze della capitale che conta e che governa. Lavori saltuari, lunghi periodi di disoccupazione, sfruttamento, povertà e fame.
Niente di diverso da quello che succedeva ai tempi di Ben Ali, quando la mancanza di qualunque futuro aveva portato il giovane venditore di strada Mohammed Bouazidi a darsi fuoco nella piazza di Sidi Bouzaid, la città più vicina al piccolo villaggio di Slataniyya. A cinque anni di distanza gli occhi della capitale sono tornati da tempo a voltarsi dall’altra parte, e con essi gli occhi dell’Europa e del mondo.
Mabrouk è morto ammazzato il 13 novembre, giusto qualche ora prima di un centinaio di altri ragazzi, in una grande città molto più a nord. A ucciderlo un gruppo di giovani uomini probabilmente non molto più vecchi di lui, membri di Uqba bin Nafi, un gruppo jihadista tunisino che avrebbe recentemente giurato fedeltà allo Stato Islamico. Lo hanno sorpreso sui monti col suo gregge. Gli hanno ordinato di dare loro i suoi animali. Mabrouk ha rifiutato e loro lo hanno decapitato. Aveva 16 anni.
Ai tempi della dittatura Mabrouk sarebbe stato un pastore come oggi, la sua famiglia misera come oggi, così come i giovani abitanti della sua regione sarebbero stati poveri e senza possibilità di un futuro migliore come oggi. Niente è cambiato per Sidi Bouzaid e la regione attorno, se non che ora ai suoi abitanti sono negati anche i monti, sottratti dai terroristi che vi si nascondono dall’esercito. La notte del 13 novembre il presidente della Tunisia ha annunciato di essersi unito a un lutto ufficiale. Ma non quello per il suo concittadino Mabrouk Sultani; quello per le vittime degli attacchi di Parigi. Come avrebbe fatto probabilmente anche Ben Ali.
Ma se è vero che poco è cambiato dal 2010 a oggi, è anche vero che qualcosa di diverso c’è. Qualcosa che lascia ancora una speranza per la Tunisia, ultima promessa non tradita delle Primavere arabe. Perché la storia di Mabrouk non ha potuto essere ignorata per ordine del regime come sarebbe successo ai tempi di Ben Ali. Nel 2015 la storia del Mabrouk ha invece potuto fare il giro del paese scatenando raccapriccio e indignazione nei suoi concittadini. Due giorni dopo la sua morte la Tv nazionale Nessma ha invitato il cugino, Nassim Soltani, per una intervista che ha profondamente segnato la coscienza nazionale. Ai tempi di Ben Ali non sarebbe mai successo che uno come Nassim potesse andare in televisione a spiegare con parole semplici e dirette la condizione in cui vivono gli ultimi del paese. Nassim ha parlato del suo villaggio, privo di strade e collegamenti, dove nessun politico si è mai recato prima o dopo la rivoluzione. Ha parlato della sua esperienza fatta di lavoretti, sfruttamento e disoccupazione a Tunisi, dell’incapacità di provvedere agli studi della sorella e ai bisogni della sua famiglia. Ha parlato della fame e dell’assenza di alternative che hanno costretto Mabrouk ad andare sui monti col suo gregge nonostante fosse da tempo consapevole del pericolo.
La sua intervista è stata cliccata, ripostata e tradotta in diverse lingue, smuovendo la coscienza nazionale e costringendo governo e presidente a ridestarsi dalle beghe interne al partito di maggioranza, Nidaa Tounis. Il presidente Essebsi ha invitato Nassim per un incontro privato, mentre il governo ha promesso la costruzione di una strada che colleghi Slataniyya al resto del paese e una casa vera per la famiglia di Mabrouk. Poche cose, per ora, quasi un contentino. Ma per molti la triste storia di Mabrouk ha significato tornare alle radici che portarono alla rivoluzione del 2010. Ha significato ricordarsi di quelle disuguaglianze insopportabili che nemmeno la democrazia è riuscita per ora a guarire. Ma che oggi, almeno, possono essere raccontare pubblicamente, costringendo la politica a capire che, nonostante le apparenze, i tempi di Ben Ali sono davvero finiti. Un inizio, forse, sperando che non sia troppo tardi.
Eugenio Dacrema (@Ibn_Trovarelli)