Sono trascorsi vent’anni dagli attacchi al World Trade Center del 2001. Si è trattato di un momento simbolico per la galassia jihadista, con ampie ripercussioni a livello mondiale. Inoltre, a distanza di vent’anni dall’inizio della “guerra più lunga” di Washington, le truppe statunitensi hanno completato il proprio ritiro e i talebani hanno assunto il potere in Afghanistan. Come è cambiata la nebulosa jihadista dal 2001, e quali sono le sue possibili linee evolutive future?
Contestualizzare il jihadismo e l’11 settembre
Gli attacchi dell’11 settembre 2001 rappresentano un evento che ha sconvolto non solo gli Stati Uniti ma anche l’immaginario collettivo, cambiando la politica mondiale e scuotendo alle fondamenta la stessa galassia jihadista. Improvvisamente, nomi quali “al-Qaeda” o espressioni quali “jihadismo” – precedentemente sconosciuti al grande pubblico – sono divenuti sempre più una costante nelle narrazioni dei media. Tuttavia, l’attenzione mediatica molto spesso si è focalizzata sul “qui e ora”, trascurando le radici storiche del jihadismo, la sua complessità e la sua evoluzione nel tempo. Infatti, né il jihadismo né al-Qaeda nascono l’11 settembre 2001.
Le origini di al-Qaeda vanno ricercate alla fine degli anni Ottanta in Afghanistan – dove erano giunti gruppi di combattenti arabi, per contrastare l’occupazione sovietica, che ha avuto inizio dopo l’invasione del 1979. Qui viene fondato il nucleo di al-Qaeda, il cui nome significa “la base”, e i cui riferimenti ideologici risalgono ai decenni precedenti. La decisione di compiere attacchi internazionali è stata un esito non scontato dell’evoluzione del gruppo guidato da Osama bin Laden. Inizialmente, infatti, l’obiettivo principale dell’organizzazione era quello di addestrare quadri di combattenti che potessero poi unirsi alle insurrezioni islamiste in altri paesi e teatri di guerra – insurrezioni volte a rovesciare i regimi locali e/o a combattere forze straniere.[1]
A livello ideologico, al-Qaeda ha ripreso il pensiero di alcune figure di spicco della galassia militante attive negli anni Sessanta-Settanta, tra cui gli egiziani Sayyid Qutb e Abd al-Salam al-Faraj. In quei decenni, i militanti islamisti attivi in Medio Oriente e in Nord Africa si erano concentrati su una strategia essenzialmente locale, ossia avevano dato la priorità alla lotta armata contro i regimi e i governi locali, considerati il “nemico vicino”. Proprio il gruppo cui apparteneva al-Faraj, una formazione chiamata al-Jihad, si sarebbe resa responsabile dell’assassinio del leader egiziano Anwar Sadat nel 1981.
Negli anni Ottanta e Novanta, vari sviluppi sul piano internazionale hanno determinato profonde conseguenze per la galassia militante e la sua evoluzione. Tra gli eventi più significativi vi sono la rivoluzione iraniana del 1978-79, l’attacco armato alla Grande Moschea della Mecca e, soprattutto – come già accennato – l’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979 e il conflitto che ne è seguito. Gli sviluppi in Afghanistan hanno avuto conseguenze significative su vari livelli, e rappresentano un momento importante per l’internazionalizzazione del jihadismo.[2] Ad esempio, la mobilitazione internazionale che ha innescato – con l’arrivo nel paese di varie figure di spicco della galassia militante (tra cui Osama bin Laden, Abd Allah Azzam e Ayman al-Zawahiri) – ha favorito sviluppi di ibridazione ideologica. All’epoca la galassia militante era frammentata e caratterizzata da dinamiche di competizione, con dibattiti di natura strategica e posizioni differenti in merito alla linea da seguire. Ad esempio, verso il 1990, bin Laden aveva come obiettivo di lungo termine la liberazione della Repubblica democratica popolare dello Yemen (ossia lo Yemen del Sud) dalle forze comuniste; invece, il nucleo egiziano facente capo ad al-Jihad, comprendente al-Zawahiri, aveva come priorità l’Egitto.[3]
Gli anni Novanta hanno rappresentato un punto di svolta in termini strategici: durante questi anni, una parte minoritaria della galassia militante – guidata appunto da al-Qaeda, che si era posta come “avanguardia” – ha optato per un cambio di strategia radicale, ritenendo necessario attaccare per primi gli Stati Uniti e i paesi alleati, da cui dipendeva la sopravvivenza dei governi e dei regimi mediorientali. Nel 1996 Osama bin Laden dichiarava guerra agli Stati Uniti, denunciando tra le altre cose la presenza militare statunitense in Arabia Saudita, custode dei luoghi sacri dell’Islam, nonché le azioni degli Stati Uniti e dei loro alleati in altri paesi della regione. Oltre allo stazionamento delle truppe statunitensi in Arabia Saudita, un altro elemento che ha spinto bin Laden e al-Zawahiri ad abbracciare una strategia globale – ossia comprendente la pianificazione di attacchi internazionali – è stato il fallimento delle lotte armate islamiste in paesi come l’Algeria e l’Egitto, evidenziatosi proprio in quel periodo. In quegli anni, sono stati attaccati alcuni obiettivi statunitensi all’estero, come le ambasciate in Tanzania e Kenya nel 1998.
Le conseguenze dell’11 settembre
e gli adattamenti di al-Qaeda
La decisione di espandere i fronti del conflitto e compiere attacchi internazionali – e, in particolare, la decisione di compiere gli attacchi del 9/11 – è stato un cambio di passo controverso, oggetto di dibattito e critiche, non solo nella galassia militante in generale, ma anche all’interno della stessa al-Qaeda. Erano state mosse critiche di varia natura: ad esempio, di natura strategica, ma anche dottrinale. Infatti, varie figure legate ad al-Qaeda prevedevano che attacchi di questo tipo avrebbero provocato una rappresaglia massiccia da parte degli Stati Uniti, con effetti devastanti per il movimento jihadista. Nondimeno, in termini di dinamiche interne, gli attacchi del 9/11 hanno fatto sì che al-Qaeda acquisisse una posizione egemonica all’interno della galassia jihadista, prendendone le redini e dettando la costruzione di una nuova narrativa.[4]
Vi sono stati imponenti conseguenze in termini strategici e operativi per al-Qaeda. Dopo la dichiarazione della War on Terror da parte dell’amministrazione Bush, con l’intervento a guida statunitense in Afghanistan, i militanti di al-Qaeda si sono trovati sotto pressione, a causa sia della uccisione di vari leader di spicco sia dell’impossibilità di usare il teatro afghano come santuario e base operativa (come invece avveniva negli anni precedenti); pertanto, hanno cercato rifugio nella regione di confine tra Afghanistan e Pakistan. Parallelamente, al-Qaeda si è trovata di fronte a un dilemma: in un contesto in cui le massicce operazioni di counter-terrorism ne limitavano le capacità operative – e in mancanza di un “risveglio” delle società musulmane, ossia di un’adesione della popolazione all’appello alla lotta armata di al-Qaeda – come era possibile mantenere la propria posizione di primo piano (e le aspettative dei sostenitori), portando avanti il jihad? Portare avanti sistematicamente una campagna con attacchi terroristici all’estero e, simultaneamente, essere presenti in vari quadranti locali, con il fine di risvegliare le “masse” – il tutto in un quadro di crescente pressione e capacità limitate – non era certamente un compito semplice. La strategia di espansione regionale (branching out) adottata sistematicamente da al-Qaeda nel 2003 sembra iscriversi proprio in quest’ottica:[5] secondo la leadership, le avrebbe permesso di mantenere l’egemonia in ambito militante, acquisire nuove risorse e, allo stesso tempo, attaccare obiettivi statunitensi o europei nella regione. Per quanto concerne gli attacchi sul suolo statunitense o europeo, nel periodo successivo al 2001 al-Qaeda non è riuscita a ripetere attacchi di pari portata a quelli eseguiti l’11 settembre: i maggiori attacchi internazionali avvenuti in questi anni sono quelli di Madrid (marzo 2004) e Londra (luglio 2005).
Per quanto riguarda la strategia di franchising di al-Qaeda, l’organizzazione si è mossa sfruttando le occasioni che sono sorte nei vari teatri per creare delle branche regionali – a volte cooptando dei gruppi locali, altre volte inviando i propri quadri. La prima branca regionale creata da al-Qaeda è il suo offshot saudita, con l’invio di operativi qaedisti nel 2003.[6] Nel 2009 l’unione della branca saudita e di quella yemenita di al-Qaeda avrebbe portato alla creazione ufficiale di al-Qaeda nella Penisola arabica (Aqap).[7] Tra i casi più noti di cooptazione di gruppi pre-esistenti da parte di al-Qaeda, vi è sicuramente la sua branca irachena – precursore dell’autoproclamato Stato islamico –, emersa dopo l’intervento statunitense in Iraq. Si tratta di un gruppo già fondato da Abu Musab al-Zarqawi alla fine degli anni Novanta, che è diventato affiliato di al-Qaeda nel 2004, con il nome “al-Qaeda nella Terra dei Due Fiumi”, meglio conosciuta come “al-Qaeda in Iraq” (Aqi).[8] Il caso di Aqi e dei suoi successori, come si vedrà, è particolarmente significativo perché mostra i problemi che possono sorgere quando l’organizzazione madre entra in un “matrimonio di convenienza” con un attore locale avente già una propria agenda pregressa, solo parzialmente allineata. La strategia abbracciata da al-Zarqawi in Iraq – che si concentrava sugli attacchi ai danni non solo del governo, ma anche della popolazione musulmana sciita e in generale delle componenti percepite come “devianti” – sarebbe divenuta la cifra anche dell’approccio di IS. Altre branche regionali di al-Qaeda, inter alia, sono emerse anche nel Maghreb e nel Sahel, con la creazione di al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqim): anche in questo caso, ciò che è avvenuto è l’affiliazione da parte di un gruppo locale pre-esistente (il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, Gspc, che è divenuto Aqim nel 2007).[9]
Le linee evolutive del jihadismo dopo il 2010
Gli ultimi dieci anni – ossia il periodo dopo il 2010 – rappresentano un momento particolarmente significativo per la galassia jihadista, con l’emergere di nuove dinamiche e nuovi attori. Nel maggio 2011, durante un’azione militare condotta dai Navy Seals statunitensi presso Abottabad (Pakistan), è stato ucciso Osama bin Laden, leader storico di al-Qaeda e figura carismatica per la galassia jihadista. Alla guida del gruppo gli è subentrato il medico egiziano Ayman al-Zawahiri – soggetto a critiche di vario tipo da parte di diverse voci, che gli imputano una mancanza di carisma, lo scarso controllo delle branche regionali di al-Qaeda, nonché la sua irreperibilità per lunghi periodi.[10]
Inoltre, gli anni attorno al 2011 sono il periodo in cui sono emerse le cosiddette “rivolte arabe”. Di fronte a tali mobilitazioni popolari, al-Qaeda si è posta importanti interrogativi in merito alla posizione da adottare. In questo rinnovato contesto sociopolitico, sono emerse varie linee evolutive.
Revisione strategica e maggiore attenzione alla popolazione
In primo luogo, di fronte alle “rivolte arabe”, al-Qaeda ha impresso una spinta ancor più decisiva al proprio processo di revisione strategica. Già durante gli anni Duemila, in seguito alla crisi vissuta nel teatro iracheno – dove gli eccessi del suo affiliato locale avevano finito per alienare il sostegno popolare – al-Qaeda aveva iniziato a ripensare il proprio approccio, per evitare gli errori strategici commessi in passato. Da qui era nata l’idea di promuovere un approccio più attento alle esigenze della popolazione, alla governance dei territori sotto il suo controllo e alla fornitura di servizi – nel tentativo di radicarsi nel tessuto sociopolitico locale.
In uno scambio epistolare tra bin Laden e l’ideologo Atiyyat Allah al-Libi (membro di spicco di al-Qaeda, morto nel 2011), il primo sottolineava la necessità di prestare molta cautela nell’esecuzione degli attacchi e nell’uso della violenza, per evitare che vi fossero vittime tra la popolazione civile locale – pena la perdita del sostegno popolare.[11] Queste tendenze sono divenute ancor più forti dopo le mobilitazioni del 2011, con al-Zawahiri che tenta di presentare al-Qaeda come un alleato della popolazione di fronte a un nemico comune, ossia i governi e i regimi mediorientali e nordafricani (e, di conseguenza, i loro alleati occidentali). In particolare, nel 2013 al-Zawahiri ha pubblicato le “Linee guida per il jihad”, in cui – inter alia – ha ammonito i militanti affinché non indulgessero a eccessi di violenza, in particolare nei confronti della comunità musulmana sciita.[12]
Un crescente numero di entità proto-statuali di ispirazione jihadista
I tentativi da parte dei gruppi jihadisti di esercitare un certo controllo territoriale e creare amministrazioni locali in determinate aree geografiche – più o meno ristrette, e con esiti di vario tipo – non sono un fatto inedito. I primi esperimenti di questo tipo si registravano già negli anni Novanta, in teatri differenti come l’Egitto, l’Afghanistan o l’Algeria. Anche negli anni Duemila erano emersi sviluppi di questo tipo, ad esempio in Iraq, in Somalia o nel Caucaso settentrionale.
Tuttavia, il contesto successivo al 2010 (caratterizzato da conflitti, instabilità e proliferazioni di gruppi armati in paesi quali lo Yemen, la Siria o la Libia), così come la crescente attenzione dei gruppi militanti a elementi quali la governance territoriale, ha determinato un numero via via crescente di questi progetti proto-statuali. Di fatto, nel relativamente breve periodo compreso tra il 2011 e il 2015, il numero di questi esperimenti proto-statuali da parte di attori jihadisti è stato pari a quello registrato nell’intero arco temporale 1989-2010.[13] I gruppi jihadisti, dunque, sono coinvolti attivamente in un ampio novero di attività: non solamente lotta armata contro i nemici, ma anche erogazione di servizi, mantenimento dell’ordine pubblico, amministrazione della giustizia, proselitismo (dawa) e via dicendo.
L’espansione, la diversificazione e le dinamiche di competizione
Nel contesto di instabilità successivo al 2010, i gruppi jihadisti hanno vissuto un’ulteriore espansione delle proprie aree di attività in nuove aree geografiche anche al di fuori del Medio Oriente e del Nord Africa. Parallelamente, si sono delineate e consolidate anche dinamiche di diversificazione e competizione interna alla galassia jihadista, con l’emergere di nuove conflittualità e divisioni. Se, fino ad allora, al-Qaeda rappresentava l’attore egemonico nell’universo militante, nonché il modello “tradizionale” di jihadismo a cui gli altri attori facevano riferimento, negli ultimi anni sono emersi paradigmi alternativi di jihadismo, specialmente nel quadrante siriano.
In particolare, uno sviluppo di primo piano è rappresentato dall’ascesa del sedicente Stato islamico (IS), che si è posto come un vero e proprio rivale nei confronti di al-Qaeda. Le dinamiche di competizione tra i due gruppi hanno portato a una crescente differenziazione strategica:[14] IS, soprattutto a partire dal 2014, si è trovato sempre più impegnato su due fronti, sia combattendo contro i nemici attivi nel quadrante siro-iracheno sia rivendicando attacchi contro il cosiddetto “nemico lontano”. Per quanto concerne al-Qaeda, nelle sue dichiarazioni il gruppo ha continuato a menzionare gli Stati Uniti e l’Europa – nonché i paesi loro alleati in Medio Oriente e Nord Africa – e a incitare nuovi attacchi. Tuttavia, sul piano operativo, negli ultimi anni ha rivendicato pochissimi attacchi sul suolo europeo o americano. Allo stesso tempo, poi, sul piano strategico, ha tentato di distanziarsi da quelli che sono visti come gli eccessi e le deviazioni di IS.
Infine, in questi anni sembrano essersi sviluppati nuovi modelli di islamismo militante, che si presentano come “terze vie”, alternative sia a IS sia ad al-Qaeda: il caso più noto è rappresentato dal gruppo siriano Hayat Tahrir al-Sham (Hts) – originariamente affiliato ad al-Qaeda, e da cui successivamente si è distanziato. Attualmente, questo gruppo sembra aver adottato un approccio sempre più pragmatico, incentrato sul contesto locale; dal 2017, interloquisce ufficialmente con paesi quali la Turchia e intende presentarsi come un interlocutore a livello internazionale. Altri “modelli” di islamismo militante in ambito siriano, ad esempio, sono rappresentati da gruppi quali Ahrar al-Sham, ora parte della coalizione pro-turca del Fronte nazionale per la liberazione (Al-jabha al-Wataniyya lil-Tahrir).[15]
Il caso di IS:
rottura con al-Qaeda ed evoluzione del gruppo
L’emergere e il consolidamento di due poli nella galassia jihadista – uno orbitante attorno alla “tradizionale” al-Qaeda, l’altro gravitante attorno a IS – rappresenta un fatto senza precedenti. Come già osservato, IS non è un attore completamente nuovo nel panorama iracheno post-2010: si tratta di un gruppo un tempo affiliato ad al-Qaeda che, nel corso degli anni, ha assunto diversi nomi e ha vissuto varie trasformazioni, sperimentando momenti di crisi e di ripresa. Le relazioni tra al-Qaeda centrale e il suo allora affiliato iracheno avevano già avuto punti di scontro. Le relazioni tra bin Laden e al-Zarqawi, leader della branca irachena, non erano mai state idilliache, sin dal loro incontro in Afghanistan alla fine degli anni Novanta. Negli anni Duemila erano emerse divergenze di natura strategica, con bin Laden e al-Zawahiri che guardavano con preoccupazione all’approccio settario e brutale impiegato da Zarqawi. Tra l’organizzazione madre e il suo affiliato vi era poi mancanza di coordinamento. A ogni modo, la rottura ufficiale tra i due sarebbe avvenuta solo in seguito. Nell’aprile 2013 Abu Bakr al-Baghdadi annunciava unilateralmente la formazione dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante (Isis) – che avrebbe assorbito sia il precedente “Stato Islamico dell’Iraq”, sia la sua filiale siriana Jabhat al-Nusra li Ahl al-Sham (di fatto, quindi, avocando a sé il potere di controllarla). Ciò ha provocato una lunga disputa con Jabhat al-Nusra e poi anche con al-Qaeda centrale; e infine, nel febbraio 2014, al-Zawahiri formalizzava la rottura tra al-Qaeda e Isis. Nel giugno dello stesso anno, avveniva un nuovo passo decisivo, con la proclamazione del califfato da parte dell’ormai ex Isis.[16]
Da allora, il gruppo si presenta semplicemente come “Stato islamico”, noto anche come IS. Non si tratta di un mero cambio di nome o di una semplice formalità, ma di una mossa con ripercussioni dottrinali e operative per l’intera galassia jihadista e i suoi sostenitori. Proclamando il “califfato”, IS mandava un messaggio chiaro, inequivocabile in merito alla sua esclusività: con l’espansione territoriale del “califfato” ogni altra organizzazione jihadista perdeva la propria legittimità e ragione d’essere, inclusa al-Qaeda. Inoltre, tutti i fedeli erano chiamati a prestare giuramento di fedeltà (la baya) al leader di IS, Abu Bakr al-Baghdadi, e a recarsi nei territori controllati da IS. L’annuncio, infatti, ha mobilitato flussi significativi di sostenitori da numerosi paesi, che si sono recati in Siria e Iraq (i cosiddetti foreign fighters): complessivamente, si stima che il numero di individui giunti in Siria e Iraq per unirsi a IS o, in alcuni casi, ad altre formazioni locali, superi le 40.000 unità[17]. Inoltre, IS ha creato delle wilayat (province) in varie regioni del mondo.
Nel periodo di massima espansione di IS, tra il 2014 e il 2017, il gruppo ha rivendicato numerosi attacchi al di fuori di Siria e Iraq (in altri paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, in Europa, negli Stati Uniti, ecc.). In molti casi, si è trattato di attacchi “ispirati” da IS, ossia con deboli legami operativi o privi di questi legami con l’organizzazione: è quanto accaduto, ad esempio, con l’attacco di Nizza del luglio 2016. Invece, in alcuni casi più rari, come gli attacchi di Parigi nel novembre 2015 e Bruxelles nel marzo 2016, si è trattato di attacchi coordinati dalla leadership del gruppo. In particolare, nel periodo compreso tra giugno 2014 (ossia il momento in cui è stato proclamato IS) e giugno 2017, nei paesi europei, negli Stati Uniti e in Canada si sono registrati 51 attacchi di matrice jihadista.[18]
Con l’intervento della coalizione internazionale a guida statunitense del 2014, IS ha progressivamente sperimentato un processo di contrazione territoriale, culminato nella perdita del villaggio siriano di Baghouz, nel marzo 2019. Infine, nell’ottobre 2019, durante un’operazione statunitense nel nord-ovest della Siria è stato ucciso il leader al-Baghdadi. Non è la prima volta che IS attraversa un momento di crisi. In particolare, in Siria e Iraq, IS sembra aver attuato una sorta di “ritorno al passato”: pur non controllando più il territorio, è attivo con azioni di guerriglia e attacchi “mordi e fuggi”, sul modello di quanto accadeva già in passato, specialmente tra il 2008-09.[19] Si ritiene che, allo stato attuale, circa 10.000 miliziani di IS siano attivi nel quadrante siro-iracheno,[20] specialmente nella regione centro-orientale della Siria e nell’ovest dell’Iraq.
“Rimanere ed espandersi”, anche al di fuori di Siria e Iraq
In seguito alla proclamazione del sedicente califfato del 2014, la rivalità tra IS e al-Qaeda si è riproposta in molti altri contesti geografici, ove gruppi di militanti, a volte ex qaedisti, hanno giurato fedeltà ad al-Baghdadi, spesso entrando in attrito con i gruppi o nuclei leali ad al-Qaeda attivi localmente. Con il sistema delle wilayat, IS è riuscito a proiettare la propria influenza al di fuori del contesto siro-iracheno: ad esempio, nel Sahel e nell’Africa subsahariana, in Yemen, in Somalia, in Afghanistan, ecc. Pertanto, pur non esercitando un controllo territoriale nel suo teatro operativo originario, con la sua presenza in altre regioni tenta di tenere fede al suo slogan “rimanere ed espandersi” (baqiyya wa tatamaddad). In particolare, vi sono gruppi legati a IS operanti in altre aree geografiche, specialmente nell’Africa centro-occidentale, che negli ultimi anni sembrano vivere un momento di consolidamento ed espansione.
Nello specifico, a giugno 2019, la provincia di IS nell’Africa occidentale (Islamic State West Africa Province, Iswap) era ritenuta la più forte branca regionale di IS.[21] Un’altra branca regionale di IS in forte espansione è quella operante nel Grande Sahara (Islamic State in the Greater Sahara, Isgs) – confluita in Iswap nel 2019,[22] e il cui leader Abu Walid al-Sahrawi è stato ucciso da un drone delle forze francesi lo scorso agosto. Il caso del Sahel è particolarmente significativo per i rapporti tra al-Qaeda e IS poiché, fino a circa un anno e mezzo fa, si trattava dell’unica regione in cui le branche locali dei due gruppi sostanzialmente si tolleravano, evitando lo scontro aperto ove possibile. Tuttavia, a partire dalla primavera 2020, anche la regione del Sahel ha cessato di essere un’“eccezione”, venendo inglobata nelle dinamiche di conflittualità tra IS e al-Qaeda, con un’escalation di violenza tra Isgs e Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin (Jnim) – rispettivamente affiliati a IS e ad al-Qaeda.[23]
Un altro affiliato di IS di cui recentemente si è parlato molto è la sua “provincia” afghana, Islamic State Khorasan Province (Iskp), responsabile dell’attacco all’aeroporto di Kabul di fine agosto. In questo caso, si tratta di un gruppo attivo dal 2015, formato da ex membri dei talebani e da alcuni ex qaedisti. Negli scorsi anni è stato indebolito dalle operazioni di counter-terrorism statunitensi (nonché da ondate di arresti e uccisioni da parte delle forze afghane e dei talebani); tuttavia, nell’ultimo anno ha sperimentato un’evoluzione e, dopo l’annuncio dell’accordo tra gli Stati Uniti e i talebani, ha deciso di intensificare la propria campagna di attacchi.[24] Nella propria propaganda, Iskp accusa i talebani di essere agenti agli ordini degli Stati Uniti e di aver deviato dalla “retta via” del jihad, inteso come lotta armata. Nonostante il gruppo non rappresenti una minaccia in termini di controllo territoriale, potrebbe minare la posizione dei talebani in vari modi, e in particolare: (a) agendo come spoiler, ossia cercando di dimostrare che i talebani non sono in grado di garantire la sicurezza e il controllo del territorio; (b) ponendosi come alternativa “oltranzista”, con lo scopo di attirare quelle componenti del movimento Taliban che sono deluse dai loro compromessi politici.
Conclusioni
Come si è visto, il jihadismo è tutto fuorché un fenomeno monolitico o statico – anzi, al contrario è mutevole nel tempo e a seconda dei vari contesti geografici, in grado di rispondere e adattarsi ai cambiamenti sociopolitici che emergono nelle diverse arene. Nel corso del tempo, si possono individuare una serie di “eventi trasformativi”[25] che hanno avuto un forte impatto sull’evoluzione della galassia jihadista e sulle sue dinamiche interne: tra questi eventi, ad esempio, possiamo ricordare l’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979, gli attacchi dell’11 settembre, l’invasione statunitense dell’Afghanistan (2001) e dell’Iraq (2003), nonché le “rivolte arabe” del 2011. Questi eventi hanno talora determinato nuove alleanze e avvicinamenti in ambito jihadista, mentre in altri casi hanno accelerato le dinamiche di divisione interna. I recenti avvenimenti in Afghanistan, con il ritiro delle truppe statunitensi e la vittoria dei talebani sembrerebbero aggiungersi a questa serie di eventi trasformativi. Potenzialmente, potrebbero avere un impatto significativo non solo in relazione alle dinamiche tra IS e al-Qaeda centrale, ma anche sulla traiettoria di altri attori militanti.
Al-Qaeda, che attualmente si trova in una posizione complessa, caratterizzata sia da sfide sia da opportunità. In questi anni al-Qaeda si è trovata di fronte alla sfida posta dal rivale IS, che in un certo senso l’ha “oscurata”; ciononostante, la leadership di al-Zawahiri – seppure oggetto di critiche da più parti – è riuscita a “mantenere” a galla l’organizzazione, nel contempo prendendo le distanze dalla strada tracciata da IS. Vi sono anche criticità legate alle voci sulla presunta morte di al-Zawahiri, finora non confermate né smentite. Tuttavia, i riferimenti contenuti nell’ultimo messaggio rilasciato dal leader del gruppo, in occasione dell’11 settembre, suggeriscono che – almeno fino a gennaio di quest’anno – era ancora vivo. Analogamente, il volume che ha recentemente pubblicato – la cui prefazione è datata all’aprile di quest’anno – farebbe pensare che al-Zawahiri sia tuttora vivo.[26]
Ci si chiede se il ritiro degli Stati Uniti e la vittoria dei talebani in Afghanistan possano rafforzare al-Qaeda, considerando che al-Zawahiri aveva prestato giuramento di fedeltà a Hibatullah Akhundzada, leader dei talebani (il quale, tuttavia, non l’ha ancora accettato ufficialmente, a differenza di quanto accaduto con i suoi predecessori). Alla luce dei contenuti dell’accordo tra Stati Uniti e talebani, è plausibile che questi ultimi – alla ricerca di una sorta di legittimità internazionale – esortino al-Qaeda e i suoi militanti a mantenere un profilo basso, per non ostacolare il progetto dell’Emirato islamico. Similmente, altri gruppi militanti in varie aree del globo potrebbero ispirarsi alla traiettoria seguita dai talebani, qualora questa dovesse portare a un loro effettivo consolidamento nel tempo. Due esempi in questo senso sono Hts in Siria, ma anche Jnim nel Sahel, che negli ultimi anni hanno adottato un approccio più “pragmatico” nei confronti di attori terzi, aprendosi a interlocuzioni e possibili negoziati. Infine, la questione per IS sembra assumere altri contorni: in questo caso, il gruppo trarrebbe maggiore beneficio dalla destabilizzazione della situazione politica in Afghanistan, agendo come spoiler con una campagna di attacchi; e analogamente, potrebbe tentarsi di squalificare i Taliban come attori che hanno tradito la causa del jihad, attirando i militanti disillusi.

[1] A. Stenersen, “Thirty Years After its Foundation–Where Is al-Qaida Going?”, Perspectives on Terrorism, vol. 11, n. 6, 2017.
[2] G. Battiston, Why Did Jihadism Go Global? Interview With Thomas Hegghammer, ISPI Commentary, ISPI, 10 settembre 2021.
[3] T. Hamming, Polemical and Fratricidal Jihadists: A Historical Examination of Debates, Contestation and Infighting Within the Sunni Jihadi Movement, International Centre for the Study of Radicalization (ICSR), 2019, pp. 15-16.
[5] B. Mendelsohn, The al-Qaeda Franchise: The Expansion of al-Qaeda and Its Consequences, New York, Oxford University Press, 2016.
[7] E. Kendall, Contemporary Jihadi Militancy in Yemen: How is the Threat Evolving, Middle East Institute, 2018, p. 3.
[8] A. Plebani, “The Unfolding Legacy of al-Qa‘ida in Iraq: From al-Zarqawi to the New Islamic Caliphate”, in A. Plebani (a cura di), New (and Old) Patterns of Jihadism: al-Qa’ida, the Islamic State and Beyond, ISPI, Milano, 2014.
[9] D. Lounnas, “Confronting Al-Qa’ida in the Islamic Maghrib in the Sahel: Algeria and the Malian crisis”, The Journal of North African Studies, vol. 19, n. 5, 2014, pp. 812-13.
[10] T. Hamming, “Al-Qaeda After Ayman al-Zawahiri”, Lawfare, 11 aprile 2021.
[11] Letter from UBL to Atiyatullah Al-Libi, Combating Terrorism Center at West Point, 2010.
[12] M. MacDonald, “Al Qaeda leader urges restraint in first ‘guidelines for jihad’”, Reuters, 16 settembre 2013.
[13] B. Lia, “Understanding Jihadi Proto-States”, Perspectives on Terrorism, vol. 9, n. 4, 2015, p. 35.
[14] T. Hamming, “Jihadi Competition and Political Preferences”, Perspectives on Terrorism, vol. 11, n. 6, 2017.
[15] T. Hamming, “Global Jihadism After the Syria War”, Perspectives on Terrorism, vol. 13, n. 3, 2019, p. 3.
[16] C. Bunzel, From Paper State to Caliphate: The Ideology of the Islamic State, The Brookings Project on U.S. Relations with the Islamic World, Analysis Paper 19, marzo 2015.
[17] J. Cook e G. Vale, From Daesh to ‘Diaspora’: Tracing the Women and Minors of Islamic State, International Centre for the Study of Radicalisation (ICSR), 23 luglio 2018, p. 3.
[18] L. Vidino, F. Marone e E. Entenmann. Fear Thy Neighbor: Radicalization and Jihadist Attacks in the West, George Washington University / International Centre for Counter-Terrorism – ICCT / ISPI, 2017, p. 15.
[19] H. Hassan, Out of the Desert: Isis’s Strategy for a Long War, The Middle East Institute, settembre 2018.
[20] M. Thomson, “IS brutality returning to Syrian towns”, BBC News, 7 febbraio 2021.
[21] J. Zenn, ISIS in Africa: The Caliphate’s Next Frontier, Newlines Institute, 26 maggio 2020.
[22] E. Beevor e F. Berger, ISIS militants pose growing threat across Africa, International Institute for Strategic Studies (IISS), 2 giugno 2020.
[23] W. Nasr, ISIS in Africa: The End of the ‘Sahel Exception’, Newlines Institute, 2 giugno 2020.
[24] A. Sayed, “ISIS-K is ready to fight the Taliban. Here’s how the group became a major threat in Afghanistan”, The Washington Post, 29 agosto 2021.
[25] S. Carenzi, “A Bitter or a Better Harvest? The Metamorphosis of Jihadism Over Two Decades”, ISPI Commentary, ISPI, 10 settembre 2021.
[26] T. Joscelyn, “Ayman al Zawahiri promotes ‘Jerusalem Will Not Be Judaized’ campaign in new video”, The Long War Journal, 11 settembre 2021.




























