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Le conseguenze di un "no deal"

Brexit: cosa rischia l'Irlanda

Francesca Lozito
11 settembre 2019

Per la Repubblica di Irlanda la Brexit sta avendo un effetto pari a quello di una macchina che travolge un passante: le decisioni vengono prese a Westminster, e il governo di questo paese non ha potuto far altro in questi tre anni che rispondere a ogni accadimento ribadendo la propria collocazione sotto l’ombrello dell’Unione Europea, sì, ma consapevole che nel peggiore scenario del No deal, ovvero di una uscita senza accordo, dovrà fronteggiare la realtà dei problemi, prima di tutto economici, inevitabilmente con una negoziazione diretta con il Regno Unito.

L’immagine del passante e della macchina l’ha coniata il professor Federico Fabbrini che alla Dublin City University dirige il Brexit Institute: “Al di là  della mitologia fondativa di cento anni fa”, spiega, “quando l'Irlanda si ribellò al dominio coloniale inglese, in realtà le traiettorie politiche della Repubblica di Irlanda e dell'Irlanda del Nord hanno iniziato a divergere in modo veramente marcato e profondo più di vent'anni fa. Oggi la Repubblica di Irlanda è uno dei paesi più liberali d'Europa, mentre l'Irlanda del Nord è rimasto uno dei Paesi più conservatori”.

Il vero nodo, però, sono le relazioni economiche che il Processo di pace aveva di certo reso più morbide eliminando la frontiera materiale. Erano rimaste le diseguaglianze: “La Repubblica di Irlanda è una delle economie più dinamiche e competitive dell'Unione Europea, ha il tasso di crescita più alto per gli ultimi quattro anni dell'Eurozona, l'Irlanda del Nord è invece un’economia interamente sussidiata dallo Stato, dove il settore pubblico occupa il sessanta percento del Prodotto interno lordo. Non c'è nessun entusiasmo per una riunificazione dell'isola, che avrebbe implicazioni sociali fortissime, costi economici enormi e l'esigenza di rivedere in modo abbastanza drastico l'aspetto istituzionale”.

Nelle ultime settimane si sono registrate una serie di  rassicurazioni da parte del Governo irlandese che da mesi sta lavorando a un vero e proprio piano di emergenza in caso di no deal. Tra i sette punti dell’azione governativa l’Istituzione di una sorta di agenzia delle dogane con tanto di numero identificativo (EORI number), rapporti diretti con i fornitori britannici, la revisione delle regole per chi importa le merci, il controllo che gli standard Europei a cui si devono attenere i prodotti Irlandesi possano essere riconosciuti anche in Gran Bretagna, l’utilizzo di ogni organismo Governativo di consultazione e di ogni supporto finanziario.

Il ministro delle finanze Pascal Donhoe, che ha preparato una finanziaria tutta tarata sugli interventi straordinari per il no deal, ai primi di agosto, incontrando il Cancelliere dello Scacchiere di Boris Johnson Sajid Javid, ha ribadito come rimanga ancora il cosiddetto “backstop” l’unico modo non solo per scongiurare il naufragio degli accordi di pace dell’Irlanda del Nord, ma anche per garantire una permanenza della Repubblica di Irlanda nel mercato unico europeo. Il backstop è la proposta “morbida” di una rete di controlli elettronici contenuta nell’accordo che l’ex premier May aveva raggiunto con l’Unione Europea, ma che è stato più volte rigettato dal Parlamento. Perché di fatto farebbe rimanere anche l’Irlanda del Nord e il resto della Gran Bretagna per un periodo di transizione dentro il mercato unico. Il backstop era di fatto il tentativo di uscire dall’impasse in uno scenario in cui dopo tre anni la questione irlandese, che di certo non era stata presa in considerazione dagli strateghi del leave, si mettesse per traverso. Cosa che oggi sta inevitabilmente avvenendo.

Il premier irlandese, il Taioseach Leo Varadkar ha di recente rassicurato rispetto al pericolo di una recessione per il Paese e di un ritorno all’austerità. È ancora forte nel paese l’eco della crisi conseguente alla fine del periodo di sviluppo degli anni ‘90, la cosiddetta Tigre Celtica, che si è incrociato con la crisi economica mondiale. E da cui l’Irlanda è uscita solo con l’avvento delle Big Companies che hanno scelto Dublino come sede europea. “L’economia rallenterà probabilmente, ma non in modo drammatico” ha detto il primo ministro. “Ci saranno dazi e controlli al confine se avverrà il no deal – ha proseguito Varadkar – le nostre previsioni sono che ci sarà un rallentamento, una crescita della disoccupazione, compensata però dal fatto che creiamo più posti di lavoro di quanta effettivamente è la domanda”.

È significativo infine che Boris Johnson sia andato a incontrare il primo ministro Irlandese Varadkar proprio il giorno della chiusura della sessione parlamentare, la mattina qualche ora prima del dibattito. Parole durissime sono state rivolte dal Taioseach all'inquilino del numero 10 di Downing Street: “la storia della Brexit non finisce il 31 ottobre o il 31 gennaio. Ci sono tante questioni da mettere a posto”. Una posizione chiara quella di Varadkar: “Se accadrà una uscita senza accordo sarà un disastro per entrambi. Dovremo mettere in piedi dei tavoli di negoziazione. E le prime cose di cui dovremo discutere saranno i diritti dei cittadini le questioni economico finanziarie ed il confine irlandese”. Dubbi sono venuti dall'Irlanda anche rispetto a una futura negoziazione della Gran Bretagna con l'Unione Europea una volta completata l'uscita: “Sarà molto faticoso raggiungere un accordo sui diritti di pesca, sugli standard dei prodotti e gli standard degli aiuti che devono essere ratificati da 31 Paesi”.

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irlanda Regno Unito Boris Johnson
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EUROPA 2019

AUTORI

Francesca Lozito
Giornalista Freelance

Nella foto: il premier irlandese Leo Varadkar

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