A un anno dall’insediamento, polemiche più o meno accese continuano a circondare la figura e la politica di Donald Trump, che, con un indice di gradimento intorno al 37% (fonte Gallup), si attesta, in questa fase del mandato, ben sotto la media dei presidenti eletti dopo il 1938. Sul piano interno, i suoi risultati appaiono, quanto meno, deludenti, con un solo importante atto legislativo approvato (la contestata riforma fiscale dello scorso dicembre), la spada di Damocle del “Russiagate” a limitare gli spazi d’azione, le fratture in seno all’amministrazione, le tensioni razziali in aumento e il “disagio bianco” che emerge in forme eclatanti, come gli incidenti di Charlottesville dello scorso agosto.
In campo internazionale, congelata – per ora – la détente con la Russia, il risultato più significativo appare il rilancio dei rapporti con Pechino, avviato dal vertice di Mar-a-Lago lo scorso aprile e ratificato dagli esiti della vista di stato in Asia a metà novembre. Parallelamente, gli stessi mesi hanno assistito a un aumento delle tensioni con la Corea del Nord per i suoi test missilistici e nucleari, al deterioramento dei rapporti con l’Iran e all’apparente ritorno alla tradizionale politica di convergenza con l’Arabia Saudita e al fiorire delle tensioni con la comunità internazionale su issues che spaziano dal ritiro di Washington dall’accordo sul clima di Parigi al trasferimento a Gerusalemme della sua rappresentanza diplomatica in Israele. Dopo gli screzi che hanno segnato la campagna elettorale, i rapporti con l’Europa sembrano essersi in parte distesi; si tratta, tuttavia, più del prodotto di un mutuo estraniarsi che di una ritrovata concordia: l’Europa continua a non amare Trump e il presidente continua a non amare l’Europa.
Si tratta, quindi, di un bilancio totalmente negativo? Senza dubbio, l’elezione del tycoon newyorkese ha portato turbolenza sulla scena politica. La volontà di segnare la propria distanza dalle scelte dell’amministrazione precedente si è tradotta in scelte spesso non sostenibili. Decertificare il rispetto da parte dell’Iran delle clausole del JCPOA ha portato a un nulla di fatto che ha obbligato la Casa Bianca a tornare – seppur riluttante – sui suoi passi. Ugualmente, l’annuncio della volontà di recedere dagli impegni assunti con l’accordo di Parigi sul clima, secondo le clausole dell’accodo stesso non è destinato a trovare applicazione prima della scadenza del mandato del presidente. Su questi e altri punti, la ricerca dell’effetto-annuncio pare quindi avere fatto premio su posizioni più ponderate, peraltro presenti nell’amministrazione. I difficili rapporti con il Congresso (che solo nelle ultime settimane paiono essere un po’ migliorati) hanno avuto anch’essi una parte nel portare a questo risultato.
Di contro, accanto ai molti elementi “di rottura”, non sono mancati i tratti di continuità che – al di là di uno stile esplicitamente (e forse volutamente) “‘sopra le righe” – collocano Donald Trump nel solco di quella che appare ormai la linea consolidata dalla politica estera statunitense. L’attenzione per il mondo dell’Asia-Pacifico (che, con un chiaro spostamento di significato, l’amministrazione ha ribattezzato area “indo-pacifica”), l’allontanamento dai temi europei e un interesse tutto sommato ridotto di quelli del Medio Oriente si accompagnano, in questo, all’assunzione di una posizione defilata non molto diversa dal “leading from behind” di Barack Obama o dal “multilateralismo à la carte” dell’amministrazione Clinton.
Ovviamente, ciò non significa appiattire Donald Trump sullo schema di quanti lo hanno preceduto, se non altro per il suo “standing” assai poco presidenziale. Resta comunque il fatto che, nonostante l’ambizione a “fare l’America di nuovo grande”, le politiche sinora perseguite dalla sua amministrazione paiono volte soprattutto a proseguire su una linea di riduzione dell’impegno internazionale degli USA, linea rispetto alla quale l’“imperial overstretching” di George W. Bush rimane, sinora, la principale eccezione. Si tratta, per certi aspetti, della maggiore sorpresa di questi mesi di presidenza e risolve in qualche modo la contraddizione emersa in campagna elettorale fra le ambizioni di rilancio della posizione degli Stati Uniti nel mondo e le pulsioni “neo-isolazioniste” sottese allo slogan “America first”. È difficile ipotizzare, nei mesi a venire, un cambio di questa posizione. Al di là delle difficoltà che un’amministrazione divisa e sotto l’occhiuto scrutinio di un Congresso non amico può incontrare nel portare avanti la sua agenda, quello che appare l’“understretching” in salsa trumpiana risponde, infatti, a una tendenza di lungo periodo, che attraversa in maniera bipartisan il mondo politico statunitense.
È presto per capire che forme assumerà il “nuovo egoismo” di Washington. È forse però il caso di cominciare a guardare all’attuale amministrazione non come a una anomalia momentanea né come a una sorta di aberrazione. Donald Trump è il prodotto di un processo i cui effetti non si esauriranno con la fine della sua presidenza, ma che continueranno a lungo a produrre i loro effetti, specialmente sui fori come l’ONU, ancora strettamente legati alla posizione assunta degli Stati Uniti negli anni della guerra fredda.