Pechino dà il via libera alla legge sulla sicurezza nazionale. Una stretta che minaccia di sprofondare l’autonomia di Hong Kong e svuotare di ogni significato il principio ‘un paese due sistemi’. Intanto, nel 23° anno dell'indipendenza, sono già decine gli arresti in città.
Dopo settimane di proteste, arresti, appelli e contromisure, il Comitato permanente del Congresso Nazionale del Popolo, il “cuore” del parlamento di Pechino, ha approvato la controversa legge sulla sicurezza nazionale che darà alla Cina un maggiore controllo su Hong Kong. Lo riferisce la stampa internazionale secondo cui la norma ha ottenuto il via libera all’unanimità e sarà in vigore dal primo luglio, nel giorno del 23esimo anniversario dell’Handover, il passaggio di Hong Kong da protettorato britannico a regione amministrativa speciale nella sfera di influenza di Pechino. La versione ufficiale del testo sarà resa pubblica solo nelle prossime ore. Fino ad allora, la Chief Executive, capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam si è rifiutata di commentarla. Ma, secondo le indiscrezioni delle ultime settimane, la legge sarà finalizzata a reprimere ogni atto considerato come minaccia alla sicurezza nazionale, prevedendo il carcere a vita per la sedizione e consentendo all’intelligence cinese di operare indisturbata sul territorio. In breve, metterà sotto scacco il principio ‘un paese due sistemi’ che regola i rapporti di Pechino con Hong Kong e Macao e che ha finora garantito libertà civili e di espressione più ampie agli abitanti della ex colonia britannica rispetto al resto della Cina. Lapidario il commento di Joshua Wong, uno dei simboli del movimento di protesta del 2014 che negli ultimi anni è stato il caposaldo della lotta alle tendenze autoritarie della Cina sul territorio: “È la fine di Hong Kong – ha scritto in un post su Twitter – come il mondo l’ha conosciuta finora”.
Cosa sappiamo finora?
Secondo il South China Morning Post, i 162 membri del Comitato permanente del Congresso hanno approvato il testo all’unanimità, appena 15 minuti dopo l’inizio della sessione. Votata a fine maggio dall’Assemblea Nazionale del popolo, la legge era approdata al Comitato permanente agli inizi di giugno. Un iter insolitamente rapido, commenta il New York Times, che dimostrerebbe l’impazienza con cui il presidente Xi Jinping vuole imporre il proprio controllo su Hong Kong. Come spiega Andrew Y.H. Cheung per ISPI, l’approvazione di questa legge rappresenta il culmine di due tendenze: l’equiparazione, da parte di Pechino, dell’opposizione ad una “minaccia alla sicurezza nazionale” e il progressivo aumento dell’interferenza cinese sul territorio. Inoltre, la norma permetterà alla Chief Executive, legata a Pechino, di scegliere i giudici che tratteranno i casi di sicurezza nazionale, cancellando di fatto ogni possibile indipendenza del potere giudiziario. Infine, come riporta BBC, la norma avrà precedenza come fonte di legge. Se in conflitto con qualsiasi legge di Hong Kong, la legge di Pechino avrà la priorità.
Demosistō addio?
Pur non essendo ancora ufficialmente entrata in vigore, la nuova legge ha già sollevato accese critiche e diversi oppositori hanno convocato per domani una manifestazione di protesta. Ma soprattutto, il più noto movimento per la democrazia a Hong Kong, Demosistō, ha annunciato il suo scioglimento dopo aver accettato le dimissioni dei suoi quattro fondatori Joshua Wong, Nathan Law, Jeffrey Ngo e Agnes Chow. “Dopo molte deliberazioni interne, abbiamo deciso di sciogliere e di interrompere tutte le operazioni del gruppo, date le circostanze”, si legge nel comunicato stampa dell’organizzazione. Indubbi protagonisti della stagione che, dal 2014 e dalla ‘protesta degli ombrelli’ a oggi, ha denunciato l’ingerenza di Pechino nell’autonomia di Hong Kong, i movimenti studenteschi di opposizione potrebbero finire ora nel mirino della nuova legge. Più volte Pechino ha associato la condotta dei manifestanti a quella di terroristi e nel novembre 2019 le forze di polizia hanno cinto d’assedio per diversi giorni il campus del Politecnico in cui erano asserragliati gli studenti. In queste ore, manifestanti ed esponenti del fronte democratico si stanno cancellando dai social media e dalle piattaforme online, prevedendo un’ondata di arresti e persecuzioni una volta che la legge sarà entrata in vigore.
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Nuove tensioni con Washington?
Pur affrettandosi a rigettare le critiche come “interferenze illecite” nei suoi affari interni, Pechino non poteva non immaginare che l’approvazione della legge avrebbe suscitato reazioni contrarie a livello internazionale. Alla tiepida obiezione europea in cerca di una posizione comune sull’accaduto, si contrappone la vibrata protesta giapponese, che definisce “un atto spiacevole” il passaggio della legge sulla sicurezza nazionale che, lascia intendere, non resterà senza conseguenze. Dal canto suo Taiwan ha condannato fermamente la decisione di Pechino, una dimostrazione, secondo Taipei, “che il modello un paese due sistemi non è fattibile”. Ma è soprattutto sul fronte delle relazioni, già tese, con gli Stati Uniti, che la stretta su Hong Kong rischia di produrre effetti. Il Dipartimento del Commercio statunitense ha avviato il processo di congelamento dello status speciale vantato dall’ex colonia britannica, sulla base dello Hong Kong Human Rights and Democracy Act firmato dal presidente USA Donald Trump lo scorso novembre. La reazione della Cina, per il momento, è affidata al portavoce del ministero degli Esteri che ha annunciato che Pechino prenderà le “contromisure necessarie nell'ipotesi di sanzioni da parte degli Stati Uniti”. Dal canto suo, Carrie Lam ha precisato che le misure americane, qualunque esse siano, “non ci spaventano”.
Il commento
di Giulia Sciorati, analista ISPI - Osservatorio Asia, Programma Cina
“L’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong da parte del Comitato Permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo chiude il ciclo iniziato dalle due sessioni a fine maggio. Potrebbe arrivare a mettere la parola fine alla ‘guerra infinita’ di Hong Kong, così come fu battezzata da Joshua Wong l’opposizione alle ingerenze delle autorità centrali nella città. Certo è che lo scioglimento del Demosistō sembra confermare questa tendenza. Sebbene Tam Yiu-chung, politico hongkonghese e membro del Comitato Permanente, abbia dichiarato che il testo della legge non sia troppo “spicy/controverso” e identifichi solo tre violazioni per cui un cittadino di Hong Kong potrà essere giudicato dai tribunali della Cina continentale, la legge minaccia sicuramente di precipitare le tensioni a livello regionale. In particolare, il Giappone, dove il sentimento anti-cinese durante Covid-19 aveva ricominciato ad affiorare, ha preso posizioni marcate contro Pechino sia in riferimento alla situazione hongkonghese che a quella taiwanese. Dopo lo stallo dovuto alle dispute territoriali per le isole Diaoyu/Senkaku, le due potenze asiatiche avevano da poco riaperto un dialogo e la visita di stato del presidente Xi Jinping in Giappone, originariamente prevista per la primavera scorsa, avrebbe dovuto sancire il riavvicinamento tra i due paesi. L’epidemia prima e Hong Kong poi invece rischiano ora di riportare le relazioni tra Cina e Giappone indietro di diversi anni.”
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A cura della redazione di ISPI Online Publications (Responsabile Daily Focus: Alessia De Luca, ISPI Advisor for Online Publications)






