Migrazioni: UE a rischio implosione | ISPI
Salta al contenuto principale

Form di ricerca

  • ISTITUTO
  • PALAZZO CLERICI
  • MEDMED

  • login
  • EN
  • IT
Home
  • ISTITUTO
  • PALAZZO CLERICI
  • MEDMED
  • Home
  • RICERCA
    • OSSERVATORI
    • Asia
    • Cybersecurity
    • Europa e Governance Globale
    • Geoeconomia
    • Medio Oriente e Nord Africa
    • Radicalizzazione e Terrorismo Internazionale
    • Russia, Caucaso e Asia Centrale
    • Infrastrutture
    • PROGRAMMI
    • Africa
    • America Latina
    • Global Cities
    • Migrazioni
    • Relazioni transatlantiche
    • Religioni e relazioni internazionali
    • Sicurezza energetica
    • DataLab
  • ISPI SCHOOL
  • PUBBLICAZIONI
  • EVENTI
  • PER IMPRESE
    • cosa facciamo
    • Incontri su invito
    • Conferenze di scenario
    • Executive Education
    • Future Leaders Program
    • I Nostri Soci
  • ANALISTI

  • Home
  • RICERCA
    • OSSERVATORI
    • Asia
    • Cybersecurity
    • Europa e Governance Globale
    • Geoeconomia
    • Medio Oriente e Nord Africa
    • Radicalizzazione e Terrorismo Internazionale
    • Russia, Caucaso e Asia Centrale
    • Infrastrutture
    • PROGRAMMI
    • Africa
    • America Latina
    • Global Cities
    • Migrazioni
    • Relazioni transatlantiche
    • Religioni e relazioni internazionali
    • Sicurezza energetica
    • DataLab
  • ISPI SCHOOL
  • PUBBLICAZIONI
  • EVENTI
  • PER IMPRESE
    • cosa facciamo
    • Incontri su invito
    • Conferenze di scenario
    • Executive Education
    • Future Leaders Program
    • I Nostri Soci
  • ANALISTI
Commentary

Migrazioni: UE a rischio implosione

Ferruccio Pastore
25 giugno 2018

Se qualcuno si illudeva che la crisi fosse stata risolta dall'accordo con la Turchia del marzo 2016, è stato brutalmente smentito. Siamo tornati al clima drammatico di tre anni fa, ai vertici informali convocati alla cieca, sperando che in qualche modo ne esca un'idea. 

Flussi in calo, allarme rosso!

Rispetto a tre anni fa, però, c'è una differenza fondamentale. Questa volta non c'è nessuna impennata dei flussi, anzi gli arrivi complessivi nella UE sono diminuiti del 46%, principalmente grazie a un calo lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

Questa volta, dunque, non c'è nessun appiglio statistico per parlare di una “crisi dei rifugiati”. Se di crisi bisogna parlare, riguarda la governance europea e il detonatore è tutto politico.

L'innesco è avvenuto con modalità simili, a Roma e a Berlino, da parte di ministri dell'interno spregiudicati al punto da mettere alle strette i propri superiori istituzionali. In entrambi i casi, i responsabili della sicurezza interna hanno messo unilateralmente in discussione le prassi internazionali su cui si reggeva il precario equilibrio raggiunto nella primavera 2016: nel caso italiano, il permesso di sbarco dei migranti salvati a prescindere dalla bandiera del natante salvatore; nel caso tedesco, l’ammissione sul suolo nazionale anche di chi arriva senza documenti da altri paesi UE.

Ma le analogie finiscono qui: le implicazioni geopolitiche non sono paragonabili. La Germania non è più da tempo “frontiera esterna” e può permettersi di spostare il fardello sui vicini cechi e austriaci, pur rischiando (consapevolmente) di innescare pericolosi effetti-domino.

Noi, invece, non abbiamo vicini meridionali su cui scaricare la responsabilità della protezione. L’unica eccezione sarebbe Malta. Ma anche al Viminale, al di là dei proclami bellicosi, sanno bene che la piccola isola (peraltro già terza nella UE, dopo Cipro e Grecia, per numero di richiedenti pro capite) avrebbe una tenuta limitata.

Gli unici con cui possiamo prendercela, tentando di bloccarli in mare, sono i migranti stessi e chi si adopera per salvarli. Ma azioni dimostrative quali il blocco mirato delle navi delle ONG, anche volendo prescindere da valutazioni etiche e giuridiche, non possono rappresentare una strategia di lungo periodo: o la chiusura selettiva dei porti genera dividendi politici immediati (cosa che non sta avvenendo), o produrrà solo altri disastri umanitari e un più profondo isolamento internazionale.

Poche convergenze, divergenze profonde

Cosa aspettarsi, in questa situazione, dal Consiglio europeo di fine mese? I negoziati procedono convulsi e confusi, tra vertici informali dimezzati, pourparler bilaterali, scambi di tweet velenosi e ipotesi tecniche appena abbozzate.

Nessuno si fa illusioni sui risultati immediati. La Cancelliera ha messo in guardia (“Sfortunatamente non ci sarà nessuna soluzione completa della questione migrazioni”), aprendo a misure bilaterali o trilaterali. Le ha fatto eco il collega francese, riconoscendo l’assenza di un piano condiviso: “ci sono solo proposte dagli uni e dagli altri.

Leggendo in parallelo l’ultima bozza fatta circolare dalla Presidenza UE (poi formalmente ritirata per placare un’irritata reazione italiana) e lo stringato documento strategico redatto da Giuseppe Conte in persona, può essere utile distinguere fra tre blocchi di proposte, in base al grado di consenso che sembrano in grado di attirare.

Un primo blocco di proposte, su cui si registra un consenso di massima, va nella direzione di rafforzare politiche già operanti. E’ il caso del potenziamento di Frontex, che qualche settimana fa la Commissione ha proposto di portare a un organico di 10.000 unità entro il 2027. Sebbene poco conflittuali, proposte simili non vanno al cuore del problema. Inoltre, lasciano senza risposta un interrogativo fondamentale: Se Frontex comincia davvero ad assomigliare a una Guarda di frontiera europea, chi ne sarà il responsabile politico? Come si fa a trasferire a livello europeo un attributo centrale della sovranità, senza nessuna forma di legittimazione democratica diretta?

Un secondo blocco di proposte – che esprime posizioni sostenute a lungo dall’Italia – appare destinato a rimanere sulla carta, bloccato da uno schieramento probabilmente assai più vasto del famigerato Gruppo di Visegrad. Si tratta dei punti 4 e 5 del documento Conte (“Superare Dublino” e “Superare criterio Paese di primo arrivo”), ma anche – temo – della più sottile (e sacrosanta) variante formulata al punto 6 (“Responsabilità comune tra Stati membri su naufraghi in mare”), secondo cui “[b]isogna scindere tra porto sicuro di sbarco e Stato competente ad esaminare richieste di asilo [perché] l’obbligo di salvataggio non può diventare obbligo di processare domande per conto di tutti”.

Il dilemma dei centri di smistamento

Infine, c’è un terzo blocco di proposte, su cui sembrano esistere margini di negoziato. Sono quelle che mirano a creare centri di smistamento, in cui i “flussi misti” (composti sia di “migranti economici” che di rifugiati) verrebbero incanalati per una selezione: per coloro che superassero un primo giudizio di ammissibilità, reinsediamento attraverso canali sicuri in uno stato membro; rimpatrio per tutti gli altri.

In teoria, si tratta di una soluzione attraente, perché consentirebbe di conciliare protezione internazionale e contrasto all’immigrazione irregolare. In pratica, tutti i nodi restano da sciogliere. Il primo riguarda la collocazione di questi centri: in uno stato membro (come sembra preferire la Francia), oppure in uno stato terzo (opzione favorita dall’Italia)? Oppure ancora, si pensa a una via di mezzo, cioè a territori UE d’Oltremare (come Ceuta e Melilla).

Quali che siano i paesi prescelti, ci saranno resistenze da vincere. La Tunisia, per prima, si è detta nettamente contraria, e occorre chiedersi quanto convenga all’Europa mettere a repentaglio quel fragile e preziosissimo miracolo politico.

Ma, al di là dello spinosissimo problema pratico della collocazione, rimangono da chiarire due aspetti cruciali dal punto di vista strategico: in base a quale distribution key verrebbero ridistribuiti tra gli stati membri i migranti che superassero l’esame preliminare? Basterà davvero un bollino UE di “meritevolezza alla protezione” a superare le resistenze granitiche mostrate finora di fronte a ogni ipotesi di ricollocamento e reinsediamento?

In secondo luogo, cosa ne sarà di quelli che non supereranno l’esame preventivo? Siamo sicuri che accetteranno di buon grado l’esito negativo della loro domanda e torneranno spontaneamente a casa? Oppure andranno a ingrossare la domanda rivolta ai trafficanti, eventualmente anche in paesi (come l’Albania) dove lo smuggling, ad oggi, appare debellato?

Senza risposte convincenti e condivise a queste domande, il Consiglio europeo non potrà che partorire rimedi superficiali, per tirare a campare fino alla prossima emergenza.

Contenuti correlati: 
Consiglio Europeo: l'ora della verità?
Versione stampabile

AUTORI

Ferruccio Pastore
FIERI

SEGUICI E RICEVI LE NOSTRE NEWS

Iscriviti alla newsletter Scopri ISPI su Telegram

Chi siamo - Lavora con noi - Analisti - Contatti - Ufficio stampa - Privacy

ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) - Palazzo Clerici (Via Clerici 5 - 20121 Milano) - P.IVA IT02141980157