I fatti sono ambivalenti. Tranne uno. La morte del pubblico ministero Alberto Nisman non è solo un caso giudiziario. Lo dimostrano le quotidiane manifestazioni che da domenica 18 gennaio, il giorno della tragedia, agitano Buenos Aires e le altre città argentine. In tanti marciano tenendo alti striscioni con la scritta: “Yo soy Nisman” (Io sono Nisman). E ripetono: “Non si è ucciso”.
Di lui c’è chi dice che aspiri a essere il terzo leader politico iraniano a morire “in carica”, dopo Mozafareddin Shah (1896-1907) e Ruhollah Khomeini (1902-1989)(1). Di sicuro vi è che mai come oggi la Guida Suprema della Repubblica islamica, Ali Khamenei, sembra dover fare i conti con l’approssimarsi della conclusione della sua lunga carriera politica.
Alla vigilia dell’ultimo round di colloqui tra l’amministrazione iraniana e il gruppo 5+1 a Vienna sul caso nucleare, l’intero mondo internazionale è in attesa di conoscere quale sarà il risultato definitivo. Si raggiungerà, dopo oltre 11 anni di trattative, un accordo definitivo? Vi sarà un nuovo rinnovo del termine delle trattative? Oppure ci sarà un fallimento del confronto diplomatico?
Il negoziato sul nucleare iraniano è definitivamente entrato nella sua fase finale. Entro il prossimo lunedì 24 novembre i negoziatori iraniani e del P5+1 dovranno necessariamente giungere a un accordo, pena il fallimento delle stesse trattative, in corso da più di un anno. Molte le questioni ancora aperte, dalle modalità di alleviamento delle sanzioni al numero delle centrifughe in attività. Molti anche gli interessi in gioco, strategici nella regione mediorientale, economici dal punto di vista energetico, finanziario e commerciale, come politici da parte dei leader che più si sono spesi a favore del negoziato.
L’avvicinamento tra Iran e Russia – entrambi soggetti a sanzioni occidentali – rappresenta una tendenza prevedibile e in atto già da tempo. Un trend iniziato venticinque anni fa, pochi mesi prima della caduta del Muro di Berlino, e che sta conoscendo in questi mesi il suo punto più alto, parallelamente all’avanzamento dei negoziati sul nucleare iraniano.
Sono in corso a Vienna i negoziati tra l’Iran e i rappresentanti del 5+1 (Cina, Francia, Germania Regno Unito, Russia e Stati Uniti) per raggiungere, entro il 24 novembre, una soluzione di lungo periodo sul programma nucleare iraniano, nel quadro del Joint Plan of Action siglato il 20 novembre 2013 e successivamente prorogato il 19 luglio scorso. Le distanze significative che sembrano permanere tra le parti farebbero propendere, rispetto al raggiungimento di un’intesa o il completo fallimento negoziale, per una seconda proroga dell’accordo.
Piace molto, all’Occidente, l’idea che un riavvicinamento tra Iran e comunità internazionale sia vicino, e che esso passi dalla firma di un accordo che pone un limite al programma nucleare iraniano per poi raggiungere un’eventuale collaborazione sul fronte iracheno e, perché no, su quello afghano.
Mentre i negoziati sul nucleare tra Iran e i 5+1 proseguono, avvicinandosi alla scadenza del 24 novembre, occorre riflettere sui vantaggi che un avvicinamento all’Iran comporterebbe. Un riallineamento strategico avrebbe, molto probabilmente, ricadute positive in tutta la regione medio-orientale. In Siria favorirebbe il contenimento dell’Isis e di gruppi jihadisti analoghi, che condividono l’odio verso gli sciiti e l’Occidente, con il possibile effetto di restituire l’opposizione anti-Assad alle formazioni politiche dalle quali è nata nel 2011.
Riyadh ha da tempo metabolizzato la prospettiva di un’intesa definitiva sul suo programma nucleare con i cosiddetti P5+1 (membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu), la liberazione dalla camicia di Nesso delle sanzioni e il conseguente ritorno dell’Iran a una piena cittadinanza internazionale. L’ha a lungo contrastata e forse spera ancora in un inciampo dell’ultima ora, a opera del Congresso americano uscito dal midterm, ovvero di un Khamenei convinto ad anteporre all’accordo la salvaguardia del contesto rivoluzionario di cui è massima espressione.
Il viaggio del presidente iracheno Fuad Masum a Riyadh, avvenuto lo scorso 12 novembre, segna una discontinuità nel rapporto fra il regno saudita e il governo di Baghdad. Una relazione deterioratasi con la rimozione, nel 2003, di Saddam Hussein e peggiorata dalla gestione autoritaria e anti-sunnita del potere incarnata dall’ex premier, il filo-iraniano Nuri al-Maliki. I sauditi, che nel 2012 hanno nominato un ambasciatore non residente in Iraq, hanno annunciato di voler riaprire l’ambasciata di Baghdad, chiusa dalla seconda guerra del Golfo.
Abstract
Iran’s regional strategy has been a matter of controversy over the past decades. The country has sought to establish itself as a key cultural, political and economic player that links the Middle East and Asia. Iran’s strategy in the region underwent changes due to the regional trends that have often been triggered by external powers’ military intervention, as well as the administrative changes in Tehran. The latest Iranian presidential election has opened a new door for the country’s foreign policy strategies.